ITINERARIO 1

Gal Aniene Tiburtino

VINO
I DUE VOLTI DEL CESANESE


Il vino come comune denominatore di un territorio

 
Reportage: di Antonio Paolini
Il vino rappresenta uno degli elementi fondamentali del territorio. In particolare questa è zona di Cesanese, considerato il vitigno principe della realtà enoica laziale. Qui lo troviamo nei due territori di Olevano Romano e di Affile, che offrono due interpretazioni diverse dello stesso vino.
Quello di Affile, prodotto in purezza, si caratterizza per il suo rosso rubino intenso, per il naso importante e ben delineato in cui sentori di frutta rossa e intense speziature regalano un mix assai riuscito. Il Cesanese di Olevano risulta dall’abbinamento tra quello di Affile e il Cesanese Comune. Il risultato è un vino rubino, tendente al granato con l’invecchiamento, con un bouquet intenso e raffinato al tempo stesso. Ma un tour nella zona non può prescindere da importanti siti archeologici come la Cisterna Romana di Affile e la villa di Traiano di Arcinazzo. Da non mancare una visita nel suggestivo Castello Orsini di Sant’Angelo Romano e al querceto della Serpentara, il boschetto di serpenti, a nord di Olevano, in cui sorge Villa Serpentara un piccolo “rifugio di montagna” costruito nei primi anni del XX secolo e donato nel 1914 all’Accademia delle Arti di Berlino che offre ospitalità agli artisti da questa inviati.
 
1. il Comune Affile
2. il Comune Olevano Romano
3. il prodotto Cesanese di Affile DOC
4. il prodotto Cesanese di olevano Romano DOC
5. il prodotto Colli della Sabina DOC
6. l'evento Sagra del Cesanese di olevano
 


ITINERARIO 2

Gal Tuscia Romana

I PASCOLI DELLA TUSCIA

CARNE
Alla scoperta della razza maremmana e dei suoi segreti

 
Reportage: Dinisio Castello
Descritta già da Plinio nella sua “Storia Naturale”, la razza Maremmana rappresenta una sorta di cult per gli amanti della buona tavola. Ai quali non potrà sfuggire questo itinerario che attraversa la Tuscia Romana avendo come filo conduttore appunto questa razza bovina che regala carni gustose e saporite, adorate dai gourmet di tutti i continenti. Il tour proposto regala la possibilità di conoscere aziende e macellerie dove scoprire i segreti sui tagli migliori e i “trucchi” su come cucinarli. Ma la Tuscia Romana offre altri mille spunti interessanti, come la visita al Santuario della Santa Maria della Sughera o una vera e propria full immersion nella Riserva Naturale di Canale Monterano. Il tutto accompagnato da gradite soste in ristoranti e alberghi che mantengono intatto il fascino della semplicità e propongono una qualità in grado di accontentare anche i più esigenti.
1. Luogo Allumiere
2. Evento Festa del Cavallo di Tolfa
3. Prodotto Carne Maremmana
4. Prodotto Pane di Allumiere
5. Luogo Tolfa
6. Sito Le università agrarie
 


ITINERARIO 3

Gal Aniene Tiburtino
 
SANTUARI
LA BELLEZZA DELLA PREGHIERA

Un suggestivo itinerario tra arte e religione
 
Reportage: Teresa Cremona
La scoperta di una fede vissuta intensamente, tra i silenzi e gli incanti di una natura di rara bellezza. Questo e altro propone un itinerario che ha pochi eguali nel mondo, con arte, cultura e religione a fondersi in un unicum che tocca l’anima. Luoghi dal fascino severo e struggente, come il Santuario della Mentorella di Guadagnolo o quello della Santissima Trinità di Vallepietra, passando attraverso le suggestioni del Monastero di Santa Scolastica e il Sacro Speco di Subiaco. Per i credenti un viaggio dal sapore mistico, il confronto con una religione fatta di silenzi e raccoglimento. Per tutti gli altri l’occasione di confrontarsi con impareggiabili esempi di arte e cultura. Il tutto lasciando spazio anche a una natura prepotente e incontaminata come quella del Parco dei Monti Simbrunini a Jenne e a borghi dal fascino antico come Cervara con la sua Scalinata degli Artisti. Due giorni da vivere come un’emozione.
 
1. monumento Santuario della Mentonella
2. monumento Convento di San Francesco
3. monumento Villa di Traiano
4. monumento Monastero di Santa Scolatica
5. monumento Santuario di Vallepietra
6. monumento Villa di Orazio
 
Itinerario 3


ITINERARIO 4

Gal Tuscia Romana
 

TUSCIA, TERRA DI SAPORI

OLIO E FORMAGGIO
Tra oli e formaggi, alla ricerca del gusto

 
Reportage: Luca Zanini
Permane forte la componente contadina della Tuscia Romana. E questo weekend lungo, che prevede due pernottamenti, offre la possibilità di immergersi nelle tradizioni del territorio. Due i veri protagonisti di questo itinerario che esalterà i vostri palati: gli oli e i formaggi che da queste parti vantano un pedigree importante. Per quanto concerne l’extravergine, basterà ricordare che la DOP Tuscia ha ottenuto e continua a ottenere importanti riconoscimenti anche a livello nazionale. Per i formaggi un solo nome, ben conosciuto agli amanti del settore: il caciofiore, vero e proprio gioiello caseario, con antiche e nobilissime radici (celebrato già dal Columella, rappresenta oggi un preciso punto di riferimento per gli amanti dell’archeologia gastronomica). Per il resto da non perdere una visita al Museo della Civiltà Contadina di Formello e un sopralluogo a Oriolo Romano, per lasciarsi incantare dalle suggestioni di Palazzo Altieri.
 
1. Luogo Barbarano
2. Siti arch. Barbarano e i reperti etruschi
3. Prodotti Olio extravergine DOP della tuscia
4. Aree prot Parco di veio
5. Prodotti Caciofiore Columella Dop
6. Eventi L’attozzata
7. Storia L’influenza etrusca sul territorio
 
Itinerario 4


ITINERARIO 5

Gal Tuscia Romana
 

PESCE

UN LAGO FAMOSO NEL MONDO

Tra laghi e castelli, in un paesaggio da fiaba

 
Reportage : Andrea Cuomo
Se Tom Cruise lo ha scelto come cornice per il suo matrimonio, stellare, un motivo dovrà pure esserci. Il lago e i suoi dintorni, in effetti, hanno la capacità di stregare anche i viaggiatori più esperti e smaliziati. Merito di una natura dalla bellezza placida ma insinuante e di tanti angoli da sogno. Dallo splendido Castello Orsini Odescalchi di Bracciano, alla Rocca Orsini di Trevignano, passando per il Palazzo Baronale di Anguillara Sabazia. Un vero e proprio tripudio per gli occhi. Ma anche il palato avrà modo di godere di un’esperienza unica, affidandosi alla cucina del posto dove i pesci del lago, ovviamente, recitano un ruolo di primissimo piano. Coregone, lattarini, anguille, persici reali… tutti da gustare, magari in uno dei tanti, e ottimi, ristoranti del lungolago. Per fare un pieno di bellezza che vi accompagnerà per molto tempo.
 
1. Luogo Anguillara Sabazia
2. Luogo Bracciano
3. Luogo Trevignano
4. Prodotto Pesce del Lago di Bracciano
5. Prodotti cucina di lago
6. Eventi Sagra del Pesce di Anguillara
 
Itinerario 5


ITINERARIO 6

Gal Aniene Tiburtino
 
OLIO
COSI' VICINA, COSI' LONTANA

La leggerezza come filosofia di vita
 
Reportage: di Marco Oreggia e Laura Marinelli
A due passi da Roma. Eppure la metropoli capitolina sembra distare mille miglia da questi luoghi incantati dove silenzio e relax sono le cifre stilistiche di un territorio che già gli antichi Romani avevano imparato ad amare e apprezzare. Terra famosa per la bellezza delle sue donne e la bontà dei suoi prodotti. Primo tra tutti l’olio che qui si esprime con una delicatezza che lo rende partner ideale per tanti piatti ai quali offre il prezioso contributo di uno stile inimitabile. E, dopo aver deliziato il palato, lasciate che anche gli occhi godano di un paesaggio fiabesco e di bellezze artistiche come la Chiesa di San Pietro a Poli, il suggestivo Castello Orsini di San Polo dei Cavalieri o i resti della Villa di Orazio a Licenza. Per due giorni il cui ricordo vi accompagnerà per molto tempo… almeno fino alla prossima volta che tornerete.
 
1. prodotto Olio Dop Sabina
2. prodotto Olio Terre Tiburtine
3. prodotto Pane di Vicovaro
4. Luogo Territorio della Dop Sabina Romana
5. Luogo Territorio della Dop Terre Tiburtine
 
Itinerario 6


ITINERARIO 7

Gal Versante Laziale del Parco Nazionale d'Abruzzo
 
GLI ITINERARI DELLA MEMORIA
 
Il territorio del Gal Versante Laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo è un’area molto estesa, compresa fra i Monte Ernici e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, facilmente accessibile da Napoli e Roma con l’asse autostradale A1 e offre ai visitatori un patrimonio ambientale, culturale ed enogastronomico di grande valore.
 
Il percorso collega antiche città fortificate caratterizzate da imponenti cinte murarie con castelli medievali e borghi antichi che trovano nella lavorazione della pietra l’elemento di continuità nei millenni.
Un viaggio che permette momenti di raccoglimento in preghiera negli antichi monasteri e feste, canti e balli nelle piazze lastricate in pietra dei centri storici. La rete dei sentieri, degli ecomusei, delle fattorie didattiche e delle aziende agricole biologiche presenti nel percorso, consente ai turisti un soggiorno diversificato, alla scoperta dei prodotti tipici del Lazio meridionale.
 
1) Veroli
2) Visita all’Abbazia di Casamari
3) Boville Ernica
4) Monte San Giovanni Campano
5) Arpino
6) Acropoli di Civitavecchia di Arpino
7) Casalvieri (gole del Melfa) Casalattico
8) Atina, antica città sannita
9) Castagneto secolare di Terelle
10) Monte Cairo (S.I.C.) Colle S. Magno
 
Itinerario 7


ITINERARIO 8

Gal Versante Laziale del Parco Nazionale d'Abruzzo
 
AREE PROTETTE E RISERVE DI BENESSERE
 
La fitta rete di sentieri nelle aree protette permette ai turisti piacevoli passeggiate o escursioni in tutte le stagioni dell’anno, con visite guidate o in totale autonomia, con percorsi di natura accessibile anche per diversamente abili.
L'itinerario ripercorre antichi tratturi attraverso boschi, torrenti e cascate, svelando storie di persone e di mestieri, di saperi e di sapori. Una vacanza all’insegna del benessere, per degustare ottimi cibi e vini pregiati e per incontrare i produttori che hanno scelto di lavorare salvaguardando l’ambiente e gli ecosistemi.
 
1) Campoli Appennino
2) Da Campoli Appennino - Posta Fibreno
3) Vicalvi
4) Alvito
5) San Donato Val di Comino
6) Settefrati
7) Picinisco
8) Villa Latina – Azienda del Mollarino (Mulino di Agnone)
9) Vallerotonda
10) Viticuso
 
Itinerario 8
 


AFFILE
di Antonio Paolini
AFFILE
 
Duemila residenti, pezzi di antichità romane, e tracce di cronache, che ne testimoniano l'esistenza sin dal I secolo, territorio coloniale organizzato in centurie, e oppidum collocato ( come indica la posizione della cisterna romana, a pianta rettangolare e coperta da una volta a botte, che oggi è uno dei principali reperti di quella fase storica, che si trovava un tempo sotto la chiesa di Sant’Angelo, fatta erigere nel 999 da Ottone III) leggermente a Est di quello che è l'attuale centro storico. Ma il cuore della storia antica di Affile (a proposito: il nome è certamente di matrice romana, ma sulla sua origine e significato non vi sono se non ipotesi assai nebulose) è più significativamente collocabile tra i IX e il X secolo. Fu quello un periodo di vivace crescita. Verso il 950 Affile era una colonia, cioè una zona di intenso sviluppo agricolo, con case coloniche facenti capo al villaggio sorto sull'area del centro romano, con l'antica chiesa di S. Pietro. Ed è allora che vedono la luce anche le nuove importanti fondazioni come la già citata nuova chiesa con monastero voluta direttamente dall'imperatore Ottone III di Sassonia. Il borgo si trovò, ovviamente, coinvolto nelle turbolenze tipiche dell'epoca: se una incursione di saraceni segnò profondamente il territorio nel IX secolo, nel 1109 Affile fu teatro dello scontro tra Ildemondo, signore dei luoghi e capostipite della famiglia del futuro papa Alessandro IV, e il Pontefice in carica, Pasquale II, che venne personalmente a sottrarre il borgo a chi lo governava per consegnarne il castello biturrito (ben immortalato in seguito da un pittore del Duecento insieme alla chiesetta di S. Pietro e le case del villaggio) ad un abate suo fido in cambio di denaro. La lotta per il controllo di Affile durò vari altri decenni. E solo allora il dominio abbaziale divenne acclarato. Risalgono a quel periodo le tracce monumentali più significative di Affile: la torre medievale, e le chiesa di Santa Maria (XIII secolo). Durante il restauro di quest'ultima, sono venuti alla luce bellissimi affreschi del 1200 che, verso il 1500, erano stati occultati da archi costruiti all’interno della chiesa per rafforzarne i muri pericolanti. La Chiesa della Madonna delle Grazie invece, altra “emergenza” monumentale di Affile, è a due navate: una del XIV secolo e l' altra del XVIII. All'interno, si conserva un venerato affresco su roccia raffigurante la Vergine con il Bambino sulle ginocchia e un libro sulla mano destra.
L'anima di Affile non è però contenuta solo nei suoi monumenti: questo borgo elevato (il centro è a circa 650 metri d'altezza, le pendici del paese a 450) domina una campagna identificata come generosa, ricca e sana già duemila anni fa. E nello spirito di questa tradizione contadina si svolge (a ottobre inoltrato) la principale Sagra di Affile, dedicata a un'antica ricetta, insieme semplice e gustosa: quella del "fallone", focaccia di farina di mais che si degusta accompagnata da verdure di stagione (broccoletti, cime di rapa, cicorie) e da succulente salsicce. Il tutto distribuito in piazza, per la pubblica degustazione, durante la festa. E, ovviamente, maritato con felice abbondanza al Cesanese Doc, l'altra grande gloria cittadina.
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OLEVANO
di Antonio Paolini
OLEVANO
 
Nomi se ne potrebbero fare a bizzeffe. Ma uno incarna forse con più efficacia di tutti il livello d'interesse che questa cittadina laziale, i suoi paesaggi straordinari, la sua dimensione antropologica hanno suscitato in grandi pittori europei (e anzitutto mitteleuropei) dagli albori del Romanticismo. Il nome è quello di Jean-Baptiste Camille Corot, che ha immortalato il panorama della campagna olevanese in splendide opere: il predestinato figlio della modista (era nato giusto di fronte al Louvre...), autore, tra i molti altri capolavori, della indimenticabile “Cattedrale di Chartes”; il paesaggista assoluto (eppure capace di commoventi “figure”, riservate però solo agli intimi) i cui schizzi italiani, inclusi quelli nati qui, sono oggi pezzi portanti di raccolte museali e private in tutto il mondo. Ma non si può non citare, ancora, il tirolese Joseph Anton Koch, che sposò Cassandra Ranaldi, o Franz Theobald Horny, morto giovanissimo e sepolto nella Chiesa di San Rocco. La testimonianza, il sapore ineffabile di questa avventura umana ed artistica è esplorabile oggi ad Olevano visitando il Museo e Centro Studi che ne è custode: l'istituzione ospitata nella Villa de Pisa, suggestivo complesso edilizio di proprietà comunale dove, a partire dagli anni Novanta, l'Associazione Amici del Museo di Olevano Romano, oltre a svolgere il ruolo di gestione della raccolta di cui è titolare, organizza e promuove un'intensa attività di ricerca ed espositiva, centrata soprattutto proprio sulla valorizzazione del particolare ruolo vissuto dalla cittadina laziale nel mondo della pittura europea, dalla fine del Settecento e per i due secoli successivi. Nasce, da questa Istituzione, e da queste premesse, la fitta rete di scambi culturali che continua ancor oggi, con le ospitalità a scopo di studio offerte a giovani artisti tedeschi vincitori di borsa di studio a Villa Serpentara e Casa Baldi, qui ad Olevano, e con i saldi legami che, via via, si sono sviluppati con l'Accademia di Belle Arti di Berlino e l'Accademia Tedesca di Villa Massimo a Roma.
Ma non è l'arte l'unica gloria storica relativamente recente di questo borgo suggestivo, cresciuto attorno alla torre medievale risalente all'epoca del dominio dei Colonna. Con orgoglio, Olevano può rammentare che alla solidarietà animosa dei suoi abitanti debbono la salvezza numerose famiglie ebree, rifugiatesi qui dopo il famigerato rastrellamento del 16 ottobre '43 nel Ghetto di Roma, e che schivarono la deportazione verso i campi di sterminio nazisti proprio grazie alla protezione offerta loro dalla cittadinanza intera, e prima di tutto dalle famiglie Milana e De Persio, e dallo stesso podestà allora in carica.
Ecco il fascino di Olevano, dunque: l'incanto unico delle vedute, il calore generoso della gente, e quello (oggi temperato di avveduta, “contemporanea” eleganza) dei suoi Cesanese. Un tris niente male...
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CESANESE DI AFFILE DOC

di Antonio Paolini
CESANESE AFFILE DOC
 
Un cocktail di quelli che a provare a impostarli a freddo quasi mai si riesce: l’altezza, da oltre 400 metri in su, che anche per i vigneti, col giusto mix di esposizioni assolate e profonde escursioni termiche, specie in questa fase di percepibili modificazioni climatiche, val più che mezza bellezza; la composizione dei suoli, calcareo-argillosi, mix di potenzialità di finezza e di spinta che è quel che serve a un prodotto ambizioso; e l’uva, variante locale, e del tutto autoctona, del Cesanese. Diversa dal resto della famiglia tanto da meritasi persino una ricerca etimologica a parte sul nome. La storia racconta che è già all’epoca della costituzione di una colonia romana in zona che spuntano le prime coltivazioni di vite; fatte rubando spazio al bosco fitto che c’era, per creare appezzamenti da offrire, com’era “legge”, ai veterani delle varie campagne di guerra. Cesanese, ad Affile e dintorni (l’area di Roiate) verrebbe dunque da “cesae”, gli alberi tagliati per far posto al vigneto, che agli alberi stessi poi magari si appoggiava, secondo una vecchia tecnica ancora presente, in tracce, in alcune zone dell’Italia da vino. Da allora, l’Affile ha preso, per così dire, la “sua” strada ampelografica. Diversa, e ben individuata, rispetto al cosiddetto Cesanese comune, con il quale poi partecipa in mix variabile (ma sempre più centrato sull’Affile) sia alla composizione dell’Olevano che, com’è ovvio, al vino Doc di casa. Anch’esso declinabile nelle varie versioni: dolce, amabile, spumante, oltre al “principe” riconosciuto: il rosso asciutto e di carattere, dal bouquet ampio e intenso, con sentori di frutta rossa, sensazioni speziate e frutti di bosco scuri, ampio, lungo ed evolutivo. Un vino dal gran successo di pubblico anche nella lunga fase (fin quasi al secondo dopoguerra) in cui non si proponeva neppure come membro dell’élite enoica nazionale (posizione cui oggi può a buon diritto aspirare): ma che lo aveva portato, a fine anni Trenta, a un tetto produttivo da 10 mila quintali. Paradosso scottante, e lezione (per fortuna recepita) sugli “tsunami” del mercato, solo quarant’anni dopo l’Affile ha addirittura rischiato l’oblio. Proprio mentre (1973) una Doc arrivava a consolidarne il blasone, la fuga dalle campagne, l’inurbamento verso Roma rubavano ossigeno ai vigneti. Solo la provvida sterzata di un fresco “Progetto per il recupero e il rilancio del Cesanese di Affile” a partecipazione pubblica e privata, che ha reimmesso sangue, ricerca, cooperazione in un organismo indebolito dalla crisi, ha esorcizzato un destino assurdo. Fantasma mancato, dunque, e riapparso nel modo giusto in scena, l’Affile è ora in corsa, pronto a rivendicare due millenni ricchi di storia e i quarti di nobiltà che il suo background ambientale e genetico gli assicurano.
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CESANESE DI OLEVANO DOC
di Antonio Paolini
CESANESE OLEVANO
Dei Cesanese protetti da Doc, cavalli di razza tutti, ma dal carattere fino a qualche tempo fa un po’ brado, e che ora però, rifiniti da nuove attenzioni in campo e accortezze tecniche in cantina, promettono di dare straordinarie soddisfazioni al loro territorio e a tutto il Lazio da vino, l’Olevano è, rispetto all’Affile, quello leggermente più “sudista”. Il suo habitat è localizzato sull’altipiano di Arcinazzo, con casa divisa tra due Comuni: l’eponima Olevano e Genazzano. Luoghi, si sa, di pittura e di pittori (soprattutto stranieri, tedeschi, francesi, danesi, tanti e illustri, venuti a cercare, un paio di secoli fa, nel fascino intenso e forte dei visi delle donne di qui materie per i loro ritratti). Ma, da sempre, anche luoghi di olivo importante, e di vigna.
Venissero a dipingere oggi in zona i maestri di allora, che del vino di Olevano, del resto, certo hanno goduto a suo tempo – come dei paesaggi - in ampia misura, troverebbero – è proprio il caso di dire – un quadro decisamente cambiato. Storicamente tra i “reucci” delle osterie della Capitale, per la sua gradevolezza percepibile e per il suo carattere, espresso nelle molte versioni in cui era (e in parte è) prodotto, dallo spumante al “tranquillo” dolce o amabile, oggi – e parliamo ovviamente del classico rosso asciutto da carni, primi strutturati, salumi stagionati, formaggi a pasta dura evoluti, ma senza punte esorbitanti di sapidità – l’Olevano, con il “cugino” di Affile, è uno dei vini laziali più in rampa. Uno di quelli che stanno suonando la carica, e imponendosi a maggior velocità all’attenzione della critica e dei consumatori più attenti e curiosi.
Protetto da Doc dal 1973, secondo un disciplinare che lo vuole figlio (senza limiti di percentuale reciproca) delle due tipologie di uva Cesanese (Comune e Affile) con un possibile concorso, non superiore al 10%, di vari altri vitigni ammessi, a bacca rossa o bianca (un’opzione sempre meno praticata però, a favore di una scelta “in purezza”) e con un limite di produzione di 125 quintali per ettaro, anche questo largamente superato al ribasso, a caccia di qualità sempre più elevata, da numerosi di quei produttori di nuova generazione che stanno scrivendo il capitolo certo più interessante nella storia di questo vino, il consapevole Olevano “new style”, che mette insieme il meglio delle risorse del terroir e delle sue uve con i nuovi saperi enoici, è già oggi una promessa ampiamente mantenuta. Ma i cui limiti di boom sono ancora tutti da definire.
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COLLI DELLA SABINA DOC
di Antonio Paolini
 
Il grande apripista, qui, è stato l'olio. Un grande olio, capace di conquistarsi la prima Denominazione protetta della storia in Italia. Il vino, che sta rampando a tutta, punta ovviamente a seguirne la scia. Il primo punto fermo era, a sua volta, guadagnare la Doc. E la Colli della Sabina “premia” e distingue oggi un ventaglio di prodotti che include spumante, bianco, rosato, rosso (in quattro versioni, incluso il novello, ma al solito con l'asciutto Rosso tranquillo a tirare la fila). Il confine è quello dell'antica regione (la Sabina, appunto) a cavallo tra le aree provinciali di Rieti e Roma in cui per primi gli Estruschi, poi ampiamente imitati dai nuovi “padroni” latini, avevano posto le basi per un'agricoltura specializzata di alto livello.
Sono 25, non pochi quindi, i Comuni interessati e con territori ammessi a produrre dal disciplinare della Denominazione. Una varietà di suoli e di livelli che va da Poggio Catino a Mentana, per fare due esempi (ma eloquenti) nel mucchio: e che dunque implica per i vini della Doc una prevedibilmente ampia varietà di sfumature. Quanto alla scelta delle uve, rimanda alla tradizione sostanziale del pezzo di Lazio che ha Roma come immediato baricentro. Trebbiano e Malvasia (ciascuno nelle due versioni ormai ampiamente ambientate, Candia e del Lazio per la seconda, Toscano e Giallo per il primo) per il Bianco, con percentuali variabili, un minimo del 40% per ognuna delle due famiglie, e l'ammissibilità anche del monovitigno, cioè della scelta secca per una sola delle uve. Sono Sangiovese (dal 40% al 70%) e Montepulciano (dal 15% al”40%) i partner opzionati invece per il Sabina Rosso. Da un rapido conto si vedrà che resta uno spazio potenziale, esperibile a scelta del produttore, per un 15% massimo ai altre uve a bacca rossa ammesse.
Abbastanza lineare, dal mix vitigni-terroir, dedurre le caratteristiche portanti dei vini, fatta salva la intrigante variabilità di cui sopra. Fresco, diretto, sorretto dalla “spina” acida del Trebbiano, eventualmente rifinito dagli aromi della Malvasia, lo spumante. Secco, profumato, ottimo partner per pesce di lago e di mare, ma anche per piatti a base delle splendide, rinomate verdure di zona, il Bianco, con accentazioni diverse a seconda del mix - o dell'uva - prescelta. Decisamente da carne o primi piatti robusti (le celebri “fregnacce” reatine, per citarne uno) il Rosso. Con i Rosati, infine, a sfruttare la loro versatilità, ed un trend che oggi li vuole più amati che in ogni altra fase del recente passato.
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LA SAGRA DEL CESANESE DI OLEVANO

di Antonio Paolini
 
Potrebbero chiamarla, come negli Stati Uniti, anche “Festa del Ringraziamento”. E in effetti Olevano deve certo al suo prodotto eponimo, il vino fatto con il Cesanese dei suoi vigneti, cui sempre maggior successo sta arridendo a livello nazionale e internazionale, buona parte della fama che circonda il suo nome. Molto più tranquillamente, e in pieno accordo con la tradizione, quella che si celebra qui ogni anno attorno a fine agosto-primi giorni di settembre si chiama semplicemente Sagra. Come tantissime altre. E' ovviamente l'oggetto cui è dedicata la kermesse a fare la differenza; soprattutto da quando la qualità del vino prodotto dalle aziende locali è asceso ai piani alti del panorama enologico italiano.
Il programma è conseguentemente imperniato su “attrazioni” ed esperienze enogastronomiche: e i giorni della festa (una settimana intera) sono proprio quelli giusti per familiarizzare da vicino con la realtà delle aziende che firmano i Cesanese di Olevano. Attorno al “tronco” principale, quello del vino e del cibo ad esso abbinato, girano comunque appuntamenti musicali, culturali, e una serie di occasioni di divertimento per tutti i gusti.
Obiettivo principale della manifestazione è, e resta, però la valorizzazione del territorio e del suo prodotto principe. La Sagra è infatti coerentemente legata alla vita e alle molteplici fruibilità della “Strada del Cesanese”, la Strada del Vino dedicata a questo vitigno rampante, e alla quale aderiscono le realtà vitivinicole produttrici. Si tratta di un insieme di itinerari dedicati ai temi della vite e del vino che “ricuciono” in una trama complessa i tre territori che condividono il legame intimo e profondo con il Cesanese: Olevano Romano, Affile e Piglio, le tre zone di produzione oggi decorate dalla Doc, accomunate nella ricerca di qualità, e insieme ben distinte nella interpretazione profondamente territoriale che ciascuna di esse sa dare del vino bandiera.
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ALLUMIERE

di Dionisio Castello
 
La storia forse è nota ma, anche se ci porta lontano, fino a Costantinopoli, mette conto ricordarla. Nel 1453, Costantinopoli appunto cadde in mano ai Turchi e questo interruppe gli approvvigionamenti di allume, minerale fondamentale per la lavorazione di stoffe e tessuti. Panico nel mondo cristiano, ma ecco che, nel 1462, un certo Giovanni di Castro scopre vicino Tolfa delle miniere di alunite che sembravano inesauribili e che servirono a rimpinguare le casse della Chiesa, e di Agostino Chigi in particolare, che ne fu banchiere ed esattore.

Nacquero stabilimenti e case per gli operai, e poi un vero e proprio paese, Allumiere, che nel 1826 diverrà infine comune autonomo da Tolfa. E proprio al Chigi va fatta risalire la costruzione del cosiddetto Fabbricone che, anche se oggi rimaneggiato da interventi ottocenteschi, dà l’idea di quelle che potevano essere le case degli operai del tempo, quasi delle case popolari ante-litteram (operai che, va detto, erano spesso ex galeotti che, pur in presenza di condizioni di lavoro durissime, nel cambio ci avevano, per così dire, guadagnato).

L’Eremo della Santissima Trinità è senz’altro l’emergenza architettonica più significativa, con le sue origini che riportano fino al IX sec., e persino più indietro, visto che secondo tradizione qui, alla fine del IV sec., soggiornò sant’Agostino, scrivendovi il suo De Trinitate (e la notevole e recente scoperta di un’epigrafe sembra darne sorprendente conferma storica). Il restauro in occasione dell’Anno Santo del 2000 lo ha riconsegnato al suo splendore e integrità.

Se siete invece degli appassionati di palinologia, disciplina botanica che studia il polline le spore, il Museo Civico “A. Klitsche de la Grange” ne dà testimonianza fra le più importanti di tutta Italia, insieme alle interessanti ricostruzioni didattiche di uno spaccato di miniera e dell’antico stabilimento per la produzione d’allume. Il Museo si trova all’interno del Palazzo della Camera Apostolica, a sua volta architettura rinascimentale di buona qualità e dimora nei secoli per i soggiorni di molti Papi.

Il primo fine settimana dopo Ferragosto il paese tutto si mobilita per il Palio delle Contrade, dove protagonista non è il cavallo, ma il non meno nobile somaro, e i sei rioni, fra superstizioni e riti dei contradaioli, gareggiano non solo per vincere il palio vero e proprio (il cencio), ma anche per primeggiare per sfarzo e bravura nella sfilata in costume storico o nelle esibizioni degli sbandieratori.

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LA FESTA
DEL CAVALLO

di Dionisio Castello

Nel ricco calendario di Feste che si svolgono a Tolfa e nel suo territorio si nota subito come il cavallo sia l’indiscusso protagonista: la Festa della Befana a cavallo o quella in onore di S. Antonio Abate, protettore degli animali, la Festa di San Giuseppe o quella di Sant’Egidio, patrono di Tolfa.

È un calendario che, consigliamo al turista, va verificato di anno in anno, in quanto suscettibile di variazioni e adattamenti (anche rispetto alla necessità, ad esempio, di rendere le corse più sicure per uomini e animali), e che testimonia comunque dell’affetto per questo nobile animale con cui le genti locali hanno condiviso secoli e millenni di difficile vita contadina.

Va detto subito che il cavallo tolfetano ha una sua specificità, anche rispetto al cavallo maremmano in genere, con un’altezza al garrese, ad esempio, inferiore di una dozzina di centimetri. È un cavallo resistente, frugale, ideale compagno dei butteri nel controllo e guida delle mandrie, con ottime doti di saltatore, che lo hanno visto protagonista prima per usi militari e poi in tanti concorsi di equitazione.

La meccanizzazione delle campagne ne ha segnato il rapido declino, al punto che nel 1992 la CEE l’ha inserita fra le razze italiane in via di estinzione; per fortuna, già due anni dopo nasceva l’Associazione Cavallo Tolfetano che, con sforzi comuni fra pubblico e privato, ne sta curando con buoni risultati la salvaguardia, come dimostrano i circa 800 esemplari oggi censiti.

Proprio l’Associazione cura in estate la Festa del Cavallo Tolfetano, in località La Nocchia, giunta a quasi venti edizioni, con passeggiate a cavallo, gimkane e Palio dei butteri (è in un contesto simile che, secondo la leggenda, il mitico Buffalo Bill avrebbe perso dai butteri maremmani in una gara di cattura al lazo dei vitelli!). Né possono mancare le degustazioni di carne maremmana, acqua cotta e degli altri tesori enogastronomici del territorio, o gli stand di artigiani locali che realizzano i tipici abiti e accessori da butteri, divenuti quasi oggetti di culto per le loro caratteristiche pressoché uniche.

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LA MAREMMARA

di Dionisio Castello
 

Una razza bovina talmente radicata nel territorio da prenderne il nome e da essere, da più di 2.500 anni, compagna fedele di Etruschi prima, Romani poi e generazioni di contadini fino ai giorni nostri, quando ci si è fermati appena un attimo prima del baratro di un’estinzione rischiata in nome di malintese politiche agricole.

La Maremmana, appunto. E ci piace pensare che gli antichi l’amassero anche per la sua eleganza e bellezza, in particolare per quelle corna, che possono raggiungere fino a un metro di lunghezza e che ricordano il nobile strumento della lira, quella che accompagnava nel loro canto aedi e rapsodi; ma sicuramente ne seppero apprezzare anche la resistenza al lavoro, abitanti ideali degli ambienti paludosi della Maremma laziale, e la bontà delle carni.

A vederli pascolare ancora oggi allo stato brado, dal mantello grigio scuro i maschi, più chiaro nelle vacche, pacati e nobili nello stesso tempo, questi animali suscitano ammirazione, persino commozione. E se ne vedete qualche esemplare dal manto quasi bianco, riservategli il vostro rispetto: è una vacca ormai anziana, che per lunghi anni ha dato ai suoi vitellini un latte talmente abbondante e nutriente da farli crescere, per i primi 4-5 mesi di vita, al ritmo di oltre un chilo al giorno!

La carne della Maremmana è buona e fa bene. Slogan fin troppo banale, si potrebbe dire, ma ben confermato dai fatti.

Per il primo punto, quello della bontà, chiunque l’abbia assaggiata non ne può scordare succulenza, dolcezza, sapore. Sceglietene tranquillamente il taglio che più si adatta ai vostri gusti o, meglio, alla ricetta che avete in mente di preparare: non solo lombata o filetto, ma noce, scamone, girello, fino alle parti in apparenza meno pregiate, ben difficilmente vi deluderanno.

Per il fatto che faccia bene, invece, sono scienza e tecnica moderne e a venirci in soccorso, anche se confermano cose che in fondo tutti sapevano, soprattutto chi quelle zone le abita da secoli e millenni. La carne, con buona pace dei vegetariani, fa bene all’organismo umano (o, come per tutte le cose, non gli fa male fino a quando è usata con intelligenza): e quella della Maremmana somma, alla presenza di proteine di elevato valore biologico e di amminoacidi essenziali, un basso contenuto di grassi (appena il 3%), un alto tenore di ferro e di vitamine del gruppo B. Cosa volere di più, visto che è anche buona?

Sicuramente la sua protezione e salvaguardia. Dato che, come detto, nel più recente dopoguerra il mito di un progresso agricolo misurato sui parametri della meccanizzazione e redditività ne ha determinato una drastica riduzione nel numero dei capi, è oggi importante e meritorio che si assista ad un’inversione di tendenza. Ne va dato atto, fra gli altri, alle Università Agrarie e alle varie Cooperative: le prime che ne proteggono purezza genetica, le seconde che curano, attraverso distribuzione e vendita, che siano fonte di legittimo e meritato reddito per quegli allevatori che hanno sempre continuato a credere nel valore della Maremmana.

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IL PANE DI ALLUMIERE

di Dionisio Castello
 

Tecnicamente, il pane di Allumiere è un pane di semola di grano duro a lievitazione naturale, ma dietro questa definizione un po’ arida si nasconde un’assoluta bontà, da mangiarsi persino da solo o come ingrediente delle tante zuppe della cucina locale.

La prima cosa che colpisce, alla vista, è il suo colore giallo; la seconda, quando lo si assaggia, è che è senza sale, secondo una tradizione che nell’immaginario collettivo è più riferita a Toscana e Umbria, ma che appartiene anche alla cultura del nord del Lazio. Anche se la tecnologia può averne un pochino modificato le tecniche di lavorazione, sostanzialmente il modo di fare il pane di Allumiere è rimasto inalterato da secoli, e ancora oggi c’è in paese un antico forno a legna aperto nel 1870.

La semola di grano duro viene macinata due volte, impastata con acqua e aggiunta di lieviti autoctoni. La lievitazione dura una notte intera, su tavole di legno protette da teli di lino, dopodichè la cottura avviene in forni alimentati con legna di castagno. Se ne ottengono pagnotte o filoni che possono arrivare fino a due chili. Come detto, è un pane sciapo, che ha la possibilità di conservarsi per parecchi giorni, al punto che nel giudizio di molti è persino più buono se raffermo.

E proprio se “vecchio” di qualche giorno, è protagonista di molte zuppe locali. La più nota è senz’altro l’”acqua cotta”, anche se, sotto questo stesso nome, si nascondono ormai molte ricette diverse fra di loro. In origine era il piatto unico dei butteri al seguito delle mandrie, che si portavano da casa pane, olio e sale e poi raccoglievano e cuocevano le erbe che trovavano, a seconda delle stagioni. I butteri la mangiavano con le mani, con una fetta di pane tagliata alta, e le verdure a impregnarla dei loro umori. Numerose sono però le varianti più ricche e più recenti, che vanno dall’aggiunta di salsicce o di un “ovo sperso” (cioè in camicia) a quella di un battuto e soffritto di lardo per dare più sapore.

Zuppe simili sono la “mentucciata” e la “cipollata”, i cui nomi individuano subito i due ingredienti principali, e la “trista”, frugale e povera all’estremo, con aglio, mentuccia e pomodori.

Anche se la produzione del Pane di Allumiere è costante in tutto l’anno, la sua celebrazione si ha nel mese di ottobre, durante la Sagra del Pane Giallo, quando è protagonista della Festa d’Autunno insieme alle altre ricchezze del territorio: carni di maremmana, miele, castagne, tartufi.

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TOLFA
di Dionisio Castello
 

Se siete degli inguaribili sognatori, durante la vostra passeggiata sui Monti della Tolfa potrete sperare di incontrare la fata Melusina, metà donna e metà pesce con coda di serpente, vittima di malefici incantesimi: certo sarà un po’ difficile (anche perché la leggenda non spiega come dal Lussemburgo o dalla Vandea possa essere finita fin lì…), ma in compenso vi sarete goduti un’escursione fuori dal tempo, fra boschi di querce, cerri, faggeti, castagneti, magari osservando il maestoso volo di uccelli rapaci ormai sempre più rari.

Ma neanche la visita del paese di Tolfa vi deluderà, soprattutto se capitate nei periodi di una delle tante feste tradizionali, dalla Festa della Befana a quella di San Giuseppe, dalla Madonna della Sughera ad agosto a quella patronale di sant’Egidio a settembre.

Dall’alto la domina la Rocca dei Frangipane, o per meglio dire quelli che ne sono i resti, memoria di un dominio sulla città prima che la stessa, e le sue ricche miniere di allume divenissero, nella seconda metà del Cinquecento, proprietà del Papato.

Spicca poi il Santuario di Santa Maria della Sughera, in Largo 15 marzo 1799 (la data è quella del massacro di tre sacerdoti e di un centinaio di abitanti compiuto dalle truppe francesi che distrussero anche la città). Anche se oggi è di forme sostanzialmente neo-classiche, la sua prima progettazione, agli inizi del Cinquecento, può farsi vanto di due nomi importanti come Baldassarre Peruzzi e Antonio da Sangallo il Giovane. Fu costruito là dove, nel 1501, due cacciatori avevano trovato su un albero un dipinto della Madonna che, trasportato altrove, vi tornò miracolosamente da solo (quello che oggi si può vedere nel Tabernacolo del Cappellone è però una copia, visto che i francesi pensarono bene di portarsi via l’originale).

L’annesso ex-Convento degli Agostiniani ospita invece il Museo Civico Archeologico, impreziosito da molti reperti di origine etrusca. In particolare, è interessante la ricostruzione di una camera sepolcrale etrusca con i reperti ritrovati nel 1995 nella non lontana Necropoli del Ferrone, così come i vasi di derivazione greca e quelli più propriamente etruschi come i buccheri.

Il piccolo centro è fatto di stradine, con case nere più antiche e palazzi settecenteschi, e il suo corso principale rende omaggio ad Annibal Caro, celebre poeta e traduttore dell’Eneide del XVI sec., che qui vi abitò a lungo, forse per trovare l’ispirazione ma anche per curare, in modo più prosaico, gli interessi economici dei Farnese di cui era al servizio.

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Le Università Agrarie
di Dionisio Castello
 

È probabile che il grande pubblico, soprattutto se viene dalle metropoli, non abbia molta conoscenza delle Università Agrarie. Da un lato è senz’altro un peccato, dall’altro vien quasi voglia di dire che sia un bene, poiché si tratta di istituzioni (pubbliche, è bene sottolinearlo) che, forse proprio perché non circondate da troppi clamori, lavorano con coscienza, ben svolgendo il loro compito.

Ne è interessante anche la genesi, testimonianza di passaggi epocali e sociali che hanno segnato la storia del Lazio. Il grande latifondo delle campagne romane, feudo e proprietà delle più importanti famiglie nobiliari, aveva sempre comunque concesso agli abitanti degli usi civici, una sorta di diritto di utilizzo, pur in mancanza di proprietà, come ad esempio quello della raccolta della legna dai boschi. L’unità d’Italia portò al superamento di questa situazione, attraverso un meccanismo progressivo di espropri e acquisizioni, definito in particolare dalla Legge Boselli che, alla fine dell’Ottocento, assicurò alle popolazioni locali, per il tramite dei loro Comuni, un diritto di prelazione e di riscatto.

Nacquero così le Università Agrarie, che già nel loro nome sembrano precorrere consapevolezze solo recenti, di come cioè la cultura della terra e dei suoi prodotti sia cultura con la “C” maiuscola, degna in tutto e per tutto di studi e attenzioni accademici (anche se il termine latino “universitas” ha qui più propriamente il significato di “proprietà collettiva”).

Il fenomeno ha fra l’altro dimensioni molto più vaste di quanto molti possano pensare, visto che nel Lazio si contano oltre due dozzine di queste Università e le terre che ricadono nel loro patrimonio si estendono, con una stima forse per difetto, per più di 50.000 ettari.

In quest’ambito riveste particolare importanza proprio l’Università Agraria di Allumiere, che può vantare titolarità su circa 6.000 ettari di terreno, cosa che la rende la più grande d’Italia. E se i boschi cedui, con circa 2.500 ettari, restano al primo posto (anche se la raccolta di legna per riscaldarsi o cucinare non è più fra i bisogni primari della popolazione), una superficie analoga hanno ormai raggiunto i pascoli, al punto che oggi l’Università si può considerare in primis un’Azienda zootecnica. Non è un caso che proprio ai suoi Laboratori siano affidati i controlli sulla salvaguardia e purezza genetica della razza Maremmana, vanto e gloria millenaria della maremma laziale.

Né si può ignorare come qui da tempo si sia realizzato il concetto di filiera corta, con la produzione, ad esempio, di foraggi e cereali che vanno ad alimentare i bovini che vi si allevano; o quello di agricoltura sostenibile, visto che circa il 15% dei terreni (quelli destinati a coltivazioni, vigneti e frutteti) sono in regime di agricoltura biologica.

Un patrimonio importante, dunque, che non a caso ha tutti i titoli, non ultimo quello di traino turistico per le zone coinvolte, per essere considerato un vero e proprio bene culturale, da tutelare e valorizzare ulteriormente.

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SANTUARIO DELLA MENTORELLA
di Teresa Cremona
 

Tra Palestrina e Tivoli, sul versante orientale dei monti Prenestini, il Santuario della Mentorella si dice sia il più antico d’Italia. Secondo la tradizione fu edificato nel IV d. C. per volontà dell’imperatore Costantino e fu consacrato da Papa Silvestro, sul luogo dove Placido, ufficiale pagano al tempo dell’Imperatore Traiano, durante una caccia ebbe la visione di Gesù e si convertì al cristianesimo e prese il nome di S.Eustachio e morì martire a Roma insieme alla sua famiglia. Il Santuario è a picco sulla valle del Giovenzano e la cappella sulla sommità della Rupe ricorda il luogo del miracolo e sempre secondo tradizione, nella grotta dietro la chiesa, S. Benedetto di Norcia nel VI sec. si fermò in preghiera per 2 anni. Nel 594, S.Silvia, madre di Gregorio Magno, cugino di S. Benedetto, donò ai Benedettini la Chiesa, già allora dedicata a Santa Maria e il luogo fu meta di pellegrinaggio e rimase ai benedettini fino al XIV sec. Poi lentamente decadde e fu abbandonato, fino al 1661 quando il Gesuita Padre Atanasio Kircher arrivato per puro caso in questi luoghi trovò la Chiesa in totale rovina. Con l’aiuto dell’imperatore Leopoldo I d'Austria e con altre generose offerte fece restaurare ed affrescare la Cappella di S. Eustachio sulla rupe e fece costruire una scala di accesso, detta la Scala Santa, che rimase immutata fino ai restauri dei 1947.

Il Santuario, nella sua forma attuale, fu eretto alla fine del XIX secolo da Leone XIII. La facciata della Chiesa, a capanna semplice, è di epoca medioevale, come l’edicola che poggia su colonnine pensili e che contiene un oculo a raggiera. Nella chiesa, la pianta longitudinale, le arcate a sesto acuto, il ciborio, i capitelli testimoniano che la prima fase di costruzione fu realizzata nel XIII sec. L’interno ha 3 navate con copertura a travatura lignea, in quella centrale, in origine totalmente affrescata, pitture di Santi sulle pareti interne dei sottarchi e dei pilastri, sono successive ai restauri secenteschi del Kircher come alcuni stemmi papali che adornano la parte alta delle pareti, antichissime invece sono le immagini di S.Antonio Abate e di S.Domenico sul terzo pilastro. Il ciborio sull’altare maggiore è del 1305 e la statua lignea della Madonna assisa con il Bambino, è databile al XIII secolo.

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CONVENTO DI SAN FRANCESCO A SUBIACO

di Teresa Cremona
 
Sulla riva sinistra del fiume Aniene c’era un tempo un piccolo oratorio benedettino, era conosciuto con il nome di San Pietro in Desertiis, era un luogo di preghiera nella pace dei boschi di castagni e fu donato da Giovanni VI, Abate di Santa Scolastica, a San Francesco, quando il frate d’Assisi venne a Subiaco per vistare il Sacro Speco. Correva l’anno 1224 e quindi il Convento di San Francesco a Subiaco è il più antico convento francescano in questa regione. Fu poi nel 1327 che la devozione popolare volle che fosse edificato il complesso religioso come oggi ci appare. La Chiesa ha in facciata alcuni elementi romanico-gotici e all’interno, il tetto a capriate e una sola navata con arco trionfale e il presbiterio a due campate con il coro intagliato ed intarsiato, probabilmente scolpito da Rheatinus, autore anche dei 3 altari lignei che si incontrano sulla parete a destra della porta d'ingresso. Nel primo di questi altari, il quadro con lo Sposalizio della Vergine è attribuito a Giulio Romano, nel secondo una tela tardo-seicentesca dedicata all’Immacolata, il terzo altare è dedicato a San Francesco e la tela è attribuita a Sebastiano Del Piombo. Sulla parete a sinistra della porta d’ingresso, la prima cappella è decorata da affreschi probabilmente opera del Sodomia, come forse anche La Natività sopra l'altare, che invece alcuni pensano essere di mano del Pinturicchio. Nella seconda cappella il Crocifisso ligneo è di fra' Stefano da Piazza Armerina e fu scolpito nel 1685. Sul muro divisorio tra la seconda e la terza cappella, un affresco datato 1577 raffigura Maria SS.ma delle Grazie. Il maestoso trittico sull’altare maggiore rappresenta la Madonna col Bambino ed i Santi Francesco e Antonio da Padova ed è di Antoniazzo Romano e porta la data del 2 Ottobre 1467. Proseguendo la visita, si entra nel convento, il chiostro ha una colonna di granito al centro dello spazio che proviene dalla vicina villa di Nerone, poi si accede al Refettorio, in stile romanico e decorato da affreschi secenteschi.
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VILLA DI TRAIANO AD ARCINAZZO
di Teresa Cremona
 
A 60 chilometri da Roma, alle pendici del Monte Altuino (catena dei Monti Affilani), a circa 900 metri slm, in quello che fu l’ager Afilanus, la Villa, anche se non menzionata da fonti antiche, è stata attribuita con certezza all’imperatore Marco Ulpio Traiano, per il rinvenimento (avvenuto nell’Ottocento) di alcune condutture in piombo che hanno il marchio di fabbrica degli anni 97-102 e 114-115 d. C e recano impresso il nome dell’imperatore. Gli scavi archeologici, iniziati nel 1999, hanno portato alla luce una costruzione molto vasta che si inserisce nel novero delle grandi Ville Imperiali del Lazio, accanto a quella di Nerone a Subiaco ed alla Villa Adriana di Tivoli e che indica che già all'epoca dell'antica Roma, l'area di Arcinazzo era una meta di villeggiatura e un importante nodo di comunicazione. M. Ulpio Traiano (98-117 d.C.) imperatore di origine spagnola, era appassionato di navigazione e di caccia e possedette 2 ville, una a Civitavecchia (identificata con le Terme Taurine) ed una in montagna, appunto ad Arcinazzo. La residenza, originata dal desiderio del sovrano di un confortevole ritiro privato estivo in cui esercitare le pratiche degli otia, si estende su una superficie di circa 5 ettari ed è articolata in vaste platee terrazzate sorrette da costruzioni in muratura realizzate con laterizi e con pietra locale secondo le tecniche murarie dell’opus mixtum e dell’opus vittaum ed i diversi terrazzamenti sono collegati da scale di raccordo. Nella parte più alta la cisterna per i rifornimenti d’acqua, poi la spianata superiore che ospitava il nucleo privato o Palatium con l’annesso edificio termale dotato di una piscina ovale del diametro di 100 metri, la terrazza inferiore invece aveva carattere di rappresentanza e gli scavi hanno portato alla luce un vasto giardino rettangolare cinto da portici su cui affacciava un gruppo di ambienti monumentali raccolti intorno ad un triclinio, con pavimenti di marmi policromi, con decorazioni pittoriche e stucchi dorati che richiamano quelli del Foro di Traiano a Roma.
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MONASTERO DI SANTA SCOLASTICA
di Teresa Cremona
 
Terremoti, saccheggi, incursioni saracene ed in tempi recenti i danni causati dai bombardamenti dell’ultima guerra sono all’origine dei molti stili architettonici che caratterizzano l’attuale aspetto del Monastero di Santa Scolastica che fu il primo nella Valle di Subiaco e che è anche l’unico dei 12 voluti da San Benedetto in questi luoghi, che è giunto fino a noi.
L’Abbazia, importante a partire dal secolo XI e fino a tutto il secolo XVI, è formata da un complesso di edifici di epoche diverse. Sulla facciata ricostruita nel dopoguerra, il motto benedettino “Ora et Labora” e si accede al primo chiostro, il Chiostro Rinascimentale, eretto nel ‘500, ma in parte ricostruito dopo le devastazioni belliche. Si passa ad un secondo chiostro o Chiostro Gotico, originario del 1052 e rifatto in forme gotiche nella seconda metà del ‘300, con pianta irregolare, pozzo al centro e suggestiva vista del campanile della vicina chiesa. Nel lato d’ingresso, nell’arco in stile gotico fiammeggiante è murata una piccola colonna romanica con capitello cosmatesco e sotto il portico sono visibili reperti provenienti dalla villa di Nerone e frammenti di sculture dei sec. VIII-IX e XIII. In fondo è la chiesa consacrata da Benedetto VII nel 980, rinnovata in stile gotico-cistercense nella seconda metà del sec. XIII e rifatta nel sec. XVIII. In facciata, il bel portale e la cattedra con i capitelli gotici e i mosaici cosmateschi e sempre in facciata, il campanile (1052-53) in stile romanico che conserva frammenti di affreschi del Sec. XI. Si accede alla navata a croce latina, completamente rifatta in forme neoclassiche nel 1769-76 su disegno di Giacomo Quarenghi, la volta a botte è elegantemente decorata e 2 colonne di marmo cipollino, anche queste provenienti dalla villa di Nerone, sostengono la tribuna dell’organo. Sopra le volte dell’attuale presbiterio gli affreschi della chiesa antica, di scuola umbro-marchigiana sono dell’inizio del sec. XV. Dalla Sacrestia, si scende alle grotte di S. Scolastica, qui è la Cappella degli Angeli con affreschi del 1426, oggetto di un cattivo restauro nel secolo scorso. Una scala porta al Terzo Chiostro, il più bello del Monastero. Creazione dei maestri cosmateschi ha pianta rettangolare, pozzo al centro circondato dal portico composto da gruppi di 4 o 5 archetti romanici con colonnine a fusto liscio o tortile. Il lato Sud, il più antico, non sormontato dalla sopraelevazione secentesca, è del Maestro Jacopo, padre di Cosma, che lo eresse alla fine del sec. XII. Gli altri lati sono di Cosma e dei figli Luca e Jacopo (1227-43).
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IL SANTUARIO DI VALLE PIETRA
di Teresa Cremona
 
Nel Parco Naturale dei Monti Simbruini, il Santuario della SS.Trinità che si raggiunge da Vallepietra con una salita di circa 2 ore per ripidi sentieri che i pellegrini compiono per devozione a piedi, è alla base della parete verticale del Colle della Tagliata. Sul fianco meridionale dell’imponente massiccio dell’Autore, a oltre 1.337 metri di altitudine uno stretto ripiano largo appena 30 metri e lungo circa 1 chilometro è sovrastato da una parete di roccia di 300 metri di altezza che forma una imponente abside naturale. Il Santuario è quindi ricavato nella roccia viva ed è stato eretto sui resti di un tempio romano del secolo IV d. C. che era dedicato alla divinità delle acque della sorgente del Simbrivio, acque che ancora sgorgano sotto il grande altare.
I ritrovamenti di frecce neolitiche ed altri reperti confermano che la grotta è stata frequentata da millenni e che per le sue caratteristiche naturali di straordinaria suggestione e bellezza ha sempre mantenuto un’identità sacrale. Storicamente non si hanno notizie certe, ma sembra che siano stati alcuni monaci eremiti nel V sec. a dedicare, unico esempio nel mondo cattolico, il luogo al culto della SS Trinità.
Il Santuario comprende più spazi di preghiera: un altare all’aperto e 3 cappelle e la chiesetta principale nella grotta che custodisce l’affresco di maggior pregio, quello che raffigura le Tre Persone Divine secondo un’iconografia di influenza bizantina e che risale al XII secolo. Padre, Figliolo e Spirito Santo, seduti e benedicenti alla maniera greca, il pollice unito all’anulare, mostrano con la sinistra un libro, hanno il viso barbuto e il nimbo che incorona il capo, identità distinte ma perfettamente uguali, simbolica rappresentazione del Dogma della Trinità sancito dal Concilio di Nicea nell’anno 325.
Il Santuario custodisce anche oggetti devozionali che documentano lo stretto rapporto che esisteva tra le famiglie feudali e l’Abbazia-Santuario, ed ospita il Centro di Documentazione della Santissima Trinità, nato nel 1997 nell’ambito delle iniziative giubilari, con testimonianza ininterrotta dalla fine del XIX secolo a oggi, dei numerosi pellegrinaggi, dei riti, della gestualità, dei canti e del famoso “pianto delle zitelle”.
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LA VILLA DI ORAZIO

di Teresa Cremona
 

Una Villa dove trascorrere i tempi dell’otium, questo fu il dono sontuoso che Cilnio Mecenate volle fare all’amico poeta Quinto Orazio Flacco, tra il 33 e il 32 a Cr. La Villa era a Digentia (l’odierna Licenza) non lontana da Tivoli e i primi scavi per individuarla furono fatti seguendo i carmi e le lettere in cui Orazio raccontava della sua proprietà nella Sabina, che però descriveva come modesta casa, mentre i resti ritrovati dagli archeologi in località Vigne di S. Pietro testimoniavano di una dimora lussuosa e così rimanevano molti dubbi circa l’attribuzione. E’ certo però che il poeta morì senza eredi diretti e lasciò tutti suoi beni all’imperatore Augusto e si fa quindi l’ipotesi che un secolo più tardi, Vespasiano, originario di Rieti, ristrutturò quel possedimento per farne una villa degna della sosta di un imperatore durante i viaggi verso la sua città natale.

La Villa è su un poggio costruita ad un solo piano secondo il modello tradizionale e si articolava in 3 sezioni, l’Abitazione, il Criptoportico posto nella parte più a sud, dove era l’accesso principale con il giardino, grande e delimitato da portici e con le piante ornamentali che seguivano un disegno architettonico ben preciso, come si è potuto verificato anche in alcune ville pompeiane. Poi c’era il nucleo composto da diversi ambienti all’esterno del corpo della villa dedicato alle Terme, tra questi uno a forma ellittica che forse era adibito a ninfeo monumentale o forse era un impianto per l’allevamento dei pesci (vivarium).

L’Abitazione era rivolta a Nord e le 12 stanze erano disimpegnate da un lungo corridoio e disposte intorno all’atrio ed al peristilio interno, una di queste è abbellita da un pavimento a mosaico a tessere bianche e nere e si pensa che forse fu la stanza da letto del Poeta. Intorno era la tenuta agricola, circa 40 ettari che comprendevano, terre arabili, un frutteto, un orto, un vigneto, un uliveto, una parte lasciata a pascolo ed una a bosco, quel sacro bosco tanto amato dal poeta con la sorgente d’acqua, che secondo alcuni studiosi sarebbe proprio la fonte di Bandusia descritta nei suoi versi.

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BARBARANO

di Luca Zanini
 
La strada scorre fra gole scavate nel tufo, boschi di querce alternati a coltivi e alle argentee chiome degli ulivi. Di quando in quando la vegetazione si apre su pareti verticali, grotte, colombari. Ed ecco, alto su uno sperone di rocce vulcaniche, il borgo medievale. Barbarano Romano è un incantevole paesino non lontano dalla più famosa Blera eppure altrettanto affascinante per il turista. Anzi, per chi cerca la quiete fuori dagli itinerari più battuti, le alte mura che chiudono – un tempo invalicabili – il terzo lato di questo altopiano tufaceo (l’insediamento sorge su una rupe triangolare protetta dalle forre scavate dal fiume Biedano e dal suo affluente), preludono ad una scoperta indimenticabile.
Le imponenti difese murarie di Barbarano si aprono all’altezza di Porta Romana, un torrione (XV sec.) cui in passato si accedeva con ponte levatoio. Una precauzione comprensibile da parte di quegli abitanti che, nell’Alto Medioevo eran fuggiti da un precedente vicino insediamento per cercare una nuova sede dove difendersi agevolmente dalle frequenti scorrerie dei barbari. Per lo stesso motivo, i primi ad insediarsi costruirono anche robuste mura a circondare il Castello, cui in seguito si sarebbe affiancato il Palazzo dei Priori, oggi Palazzo Comunale. Fu papa Celestino III a donare il paese, dopo che era divenuto sede vescovile, al Comune di Viterbo. Ma dal 1283 al XIX secolo il paese rimase dipendente per diritto feudale da Roma, e per questo venne detto “Romano”.
Lasciata l’auto ai piedi della torre circolare di Porta Romana, val la pena di concedersi una passeggiata tra i vicoli del borgo antico. Se si presta attenzione, si possono distinguere, fra i blocchi di tufo rossiccio con cui sono erette le case, le pietre che identificano quanto resta di ben tre imponenti cinte murarie che difendevano il Castello. Le rovine rimaneggiate di due torri a pianta quadrata (XIII e XIV sec.) sono coeve del primo nucleo della chiesa di Sant’Angelo. Barocca, invece, la parrocchiale del paese, S.Maria Assunta. Nella chiesa del Crocefisso, c’è un pregevole Cristo cinquecentesco.
Nell’area della più antica pieve, un complesso architettonico del XII secolo, è ospitato il piccolo ma interessante Museo Civico Archeologico (via Sant’Angelo). Riaperto da poco, dopo quattro anni di lavori, è visitabile soltanto la mattina nei fine settimana. Conviene senza dubbio partire da questa piccola collezione per conoscere il territorio di Barbarano Romano, magari proprio dall’obelisco funerario tardo-arcaico, una stele in tufo alta più di tre metri, che segnalava un sepolcro familiare: rinvenuto nella necropoli di Chiusa Cima Ricchi, è esposto insieme a sarcofagi dalla necropoli di San Simone.
Conviene partire da qui, dicevamo, perché questa stele, questo museo, sono il cuore dell’area archeologica della Tuscia etrusca viterbese. Nella zona fra Civitella Cesi, Blera, Barbarano, i primi insediamenti risalgono all'età del Bronzo, ma fra VIII e VI secolo avanti Cristo qui fiorirono numerosi abitati. Gli etruschi si concentrarono poi intorno al colle di San Giuliano, prima sede del futuro paese di Barbarano.
Un’iscrizione su un vaso rinvenuto nelle vicinanze recita “Turuche Larth Manthureie” (sono stato donato da Larth di Manthura): da questo testo nasce l’ipotesi che proprio qui sorgesse l'antica Marturanum, la città etrusca che oggi da il nome al parco regionale Marturanum (istituito nel 1984); un’area di forre fluviali – popolate da una gran varietà di specie animali e vegetali – , colline sedimentarie, necropoli e tagliate etrusche. Qui, come raccontano le sale del piccolo museo, ci sono anche numerosi insediamenti dell'età del Bronzo (XVII-XIII sec. a.C.) e del periodo villanoviano (IX-VIII sec. a.C.): Da non perdere le ceramiche argentate (corredo funerario da San Simone), le terrecotte votive, un leone in peperino, i vasi greci a figure nere e i vasi falisci.
Svoltiamo in via Garibaldi e passati accanto all’ Ostello-foresteria proseguiamo per corso Vittorio e poi fino a piazza castello. Qui, sotto un tetto di coppi rossi, si apre la scalinata che conduce alla sede dell’Associazione culturale Il Castello: una suggestiva cantina medievale scavata a mano oltre 800 anni. Qui si consumano, su richiesta, pranzi con prodotti tipici locali. Se vi capita, non mancate di provare l'acquacotta: buona ed economica zuppa a base di cicoria, patate, pomodori, mentuccia fresca, peperoncino, aglio cipolla e – naturalmente – pane raffermo. In qualche famiglia la si cucina ancora con le erbe spontanee raccolte in campagna. All’associazione ci sono anche guide naturalistiche e si può noleggiare la bici. Se non avete pretese, due belle camere nel palazzetto fanno da foresteria. Se cercate qualcosa di più per pernottare, invece, dovete arrivare in via IV Novembre al ristorante-albergo Marturanum.
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BARBARANO E I REPERTI ETRUSCHI

di Luca Zanini
 

Il Museo Naturalistico del Parco Regionale Marturanum, in via IV Novembre, è la base per partire alla scoperta dei tesori ambientali ed archeologici della zona di Barbarano Romano. Qui una piccola esposizione racconta il parco: dagli aspetti geologici del territorio di origine vulcanica all’importanza dell’equilibrio ecologicio del bosco; dalle necropoli etrusche alla storia dell’allevamento del bestiame brado e della pastorizia.

Interessanti pannelli e diorami ricostruiscono gli ambienti della forra e i suoi abitanti. C’è un annesso Centro visite dov’è possibile ottenere informazioni e consultare depliant ma anche prenotare escursioni.

Usciti dal borgo, a soli due chilometri sulla via che conduce da Blera a Cura di Vetralla, è d’obbligo una sosta a San Giuliano: nel pagus etrusco si affollano tombe del VI-V secolo a.C. , l’epoca d’oro di Barbarano, che allora dipendenva dagli importanti centri commerciali di Cerveteri e Vejo. La visita può limitarsi, se avete poco tempo, ai due grandi tumuli degli inizi del VI sec. a.C.: il più grande, la tomba della Regina, cela una tomba a doppia camera con colonne scanalate e capitelli etrusco-dorici; una lastra di peperino con un guanciale scolpito a basso rilievo costituisce il letto; altri due lettini sono sistemati nell’ambiente adiacente.

Fuori, tutt’intorno, non si contano le tombe a fossa e a pozzetto nascoste tra la rigogliosa vegetazione. Per la loro varietà, i sepolcreti di San Giuliano sono considerati dagli studiosi un modello dell'arte funeraria etrusca. La direzione del Parco di Marturanum organizza talvolta nell’area archeologica splendide visite notturne: un’esperienza rara passeggiare al chiar di luna tra le tombe. La Costa, con soffitto riccamente scolpito, Cima, Rosi, e la tomba del Cervo. Da vedere anche camere, nicchie, gallerie che si aprono nella fitta vegetazione lungo la forra della valle del Biedano, una ferita nel tufo che unisce Barbarano a Blera. Molte sono attribuite alla mano dei Romani.

Esistono in effetti, per chi ama camminare, due percorsi ad anello due percorsi ad anello, rispettivamente di un chilometro e mezzo e 2 chilometri e mezzo. Segnalati con cartelli che indicano i punti di interesse per reperti, fauna e flora. Qui la natura è incontaminata e al silenzio dei vicoli di Barbarano si contrappone un concerto per ruscelli, scricchiolii di rami vecchi, cinguettii di pettirossi, ghiandaie e, più rari, le ritmiche percussioni del picchio verde.

Il Parco di Barbarano, esteso su ben 1240 ettari, tutela poi, tra i due ambienti delle forre e delle colline coperte di pascoli e querceti, numerose altre specie. Le acque dei torrenti, inoltre, ospitano gamberi e granchi di fiume e numerose specie di anfibi tra cui la salamandrina dagli occhiali. L’umidità delle forre permette lo sviluppo di una ricca vegetazione mista tra noccioli, pioppi, salici e carpini, in cui si rifugiano tassi, istrici, cinghiali nonché civette, barbagianni, gheppi, martin pescatori.
Le visite, gratuite, si posso concordare con la direzione del parco. Orari: dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 13.00 (Comune); dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 14.30 (Amministrazione Parco); venerdì, sabato e domenica dalle 10.30 alle 13 e dalle 14 alle 18.

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L’OLIO EXTRAVERGINE DELLA DOP TUSCIA

di Luca Zanini
 
Nelle tombe etrusche di Barbarano Romano si trova testimonianza della produzione e del consumo di quello che fin dal IV secolo avanti Cristo era l’oro verde della Tuscia: l’olio d’oliva. Oggi, le grandi distese e i piccoli appezzamenti di ulivi dalle chiome argentee che circondano il borgo e coprono le colline sono curate dai contadini locali che han selezionato cultivar preziose come Frantoio, Caninese e Leccino. L’olio extravergine di queste parti si fregia dunque della Dop Tuscia.
Ma le raffinate bottiglie che oggi si acquistano fin nella Capitale discendono da ampolle e orci che venivano riempiti in questa vasta area già 2600 anni fa, e utilizzati negli scambi degli Etruschi con i Fenici e i Greci della Magna Grecia. I noccioli di olive rinvenuti in alcune aree archeologiche dell'Etruria meridionale, in provincia di Viterbo, testimoniano questo fiorente commercio.
In origine il territorio della Tuscia, oggi corrispondente alla provincia di Viterbo, era compreso nell'Etruria, detta in latino «Hetruria» o «Aetruria» dai suoi abitanti, detti Etruschi o Etrurii. E gli abitanti della Tuscia erano dediti, tra l'altro, alla coltivazione dell'olivo e alla produzione dell'olio di oliva, come è dimostrato dai dipinti rinvenuti nelle tombe etrusche. Oggi, come probabilmente allora, la raccolta si effettua per brucatura fra tra dicembre e gennaio.
Al frantoio, l’extravergine di Barbarano Romano esce di un color verde smeraldo con riflessi dorati. Il suo odore fruttato ricorda il frutto sano, fresco, raccolto al punto ottimale di maturazione, mentre il sapore è mediamente fruttato con equilibrato retrogusto di amaro e piccante. Per produrre l’extravergine di oliva «Tuscia» si utilizzano olive delle varietà Frantoio, Caninese e Leccino per almeno il 90 % in ogni singolo oliveto. Il disciplinare, infatti, ammette al massimo la presenza negli oliveti di un 10 per cento di altre varietà.
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IL PARCO DI VEIO

di Luca Zanin
 

Il Parco di Marturanum che circonda Barbarano Romano confina con l’area protetta – cui è legata da una continuità ambientale e archeologica – del Parco di Veio, un sistema che include i territori dei comuni di Campagnano di Roma, Castelnuovo di Porto, Formello, Magliano Romano, Mazzano Romano, Morlupo, Riano, Sacrofano e parte del XII municipio di Roma. In effetti l’antico pagus etrusco di San Giuliano (Barbarano Romano) era strettamente dipendente dalle IL PARCO DI VEIO
di Luca Zanin

Il Parco di Marturanum che circonda Barbarano Romano confina con l’area protetta – cui è legata da una continuità ambientale e archeologica – del Parco di Veio, un sistema che include i territori dei comuni di Campagnano di Roma, Castelnuovo di Porto, Formello, Magliano Romano, Mazzano Romano, Morlupo, Riano, Sacrofano e parte del XII municipio di Roma. In effetti l’antico pagus etrusco di San Giuliano (Barbarano Romano) era strettamente dipendente dalle autorità di Veio e dalla sua sfera economica. E l’area del parco di Veio racconta, attraverso importantissime testimonianze, la cultura e la civiltà della potente città etrusca.

Di Veio restano visibili al turista una delle porte di accesso alla città, quella di Ponte Sodo (V sec. a.C.) e una serie di estese necropoli. Proprio qui, alle porte della Capitale, è stata rinvenuta quella che è considerata la più antica tomba dipinta della Penisola: la Tomba delle Anatre (VII sec. a.C.). Risale al momento del massimo splendore etrusco il Tempio di Apollo (VI sec. A.C.) mentre alla periferia di Roma, dove gli scavi confinano con le case di Prima Porta, sono stati rinvenuti i resti della splendida Villa di Livia, edificio romano (I sec. a.C.) fra i più belli del Lazio.

Il Parco, istituito dalla Regione Lazio nel 1997, è come un cuneo tra le consolari Cassia e Flaminia. Al chilometro 8 della via Cassia, invece, c’è la Villa di Lucio Vero, presso la Tomba di Nerone. All’undicesimo incontriamo la Villa di Casale Ghella. E fra dodicesimo e tredicesimo chilometro della Flaminia Vecchia, le tombe Celsa, dei Nasoni e di Fadilla (II sec. ). Sempre nell’area protetta di Veio – che si estende per circa 15 mila ettari – ricade il pregevole borgo fortificato di Isola Farnese (X-XI sec.) con il suo castello. In zona sono da vedere il Santuario del Sorbo (XV sec.), la Mola Paradisi ( XVI ) e il Casale di Malborghetto (km 19,2 della Flaminia).

Veio è il quarto parco del Lazio per estensione. Nonostante le frequenti notizie di abbattimenti e sequestri di ville abusive su disposizione della magistratura, il territorio del parco rimane ancora in gran parte integro da interventi urbanistici di rilievo. Per assurdo si potrebbe dire che vi costruivano – in proporzione – molto di più Etruschi e Romani. E per questo l’area vanta un numero elevato di siti archeologici di rilievo – di età etrusca come romana – oltre ad una serie di complessi e monumenti di età medievale. Comunque, nel territorio protetto sono compresi circa 1.200 ettari “a uso civico”: quasi tutti boschi o pascoli sfruttati da contadini; un retaggio degli editti medievali che proteggevano le risorse agrarie e forestali ha perpetuato la proprietà pubblica nell’Agro Veietano di alcune aree, molto belle ed importantissime dal punto di vista ecologico.
Il Parco di Veio ha gli uffici direzionali a Campagnano Romano e un Punto informativo a Roma (tel. 06.9041373, o numero verde 800.727822) che può essere interpellato il venerdì dalle 15 alle 19, il sabato dalle 11 alle 18 e la domenica dalle 10 alle 15. Informazioni anche via email scrivendo a info@parcodiveio.it o sul sito www.parcodiveio.it

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IL CACIOFIORE DI COLUMELLA DOP
Di Luca Zanin
 
Sui pascoli che dalle rive del lago di Bracciano fin sul limitare dell’altopiano vulcanico che da Barbarano Romano e Blera digrada verso il Tirreno, non è raro incontrare folte greggi di pecore. Non c’è e non serve transumanza in queste terre ricche di foraggio naturale, ma i pastori fanno chilometri per spostare i loro capi e per raccogliere, seguendo una tradizione millenaria, i cardi selvatici che crescono sui prati della Tuscia: uno degli elementi fondamentali per la preparazione del Caciofiore di Columella, il formaggio più antico del Lazio.
Risale infatti a oltre duemila anni fa il metodo di produzione di questo archetipo caseario: la sua “ricetta” venne descritta già nel 50 dopo Cristo dal famoso letterato e agronomo latino Lucio Giunio Moderato Columella nel suo “De Re Rustica”. Il trattato di agronomia e zootecnica che ha guidato gli antichi romani nelle loro produzioni è stato sostanzialmente rispettato fino ad oggi anche dai piccoli produttori di formaggio della Campagna Romana, che recentemente – ottenute le dovute deroghe alla severa normativa europea in tema di formaggi – hanno deciso di ricominciare a produrlo con tanto di marchio di origine protetta, Dop.
Il Caciofiore è a base di latte di pecora crudo, ed è uno dei pochi formaggi con caglio vegetale che viene estratto dal cardo selvatico (Cynara Cardunculus, raccolto ed essiccato appositamente) e sale. Ed è proprio l’utilizzo del caglio vegetale ciò che rende unico nel suo genere questo formaggio. Per prepararlo si utilizzano i petali del fiore cardo. La particolare tecnica casearia, il latte di pecora crudo proveniente dalla campagna romana, la curata stagionatura di un mese, rendono il formaggio morbido e cremoso, dall’odore profondo di latte con sentori di carciofo e verdure di campo ed il sapore intenso.
Dolce e non salato, con un retrogusto lievemente amaro, il caciofiore viene prodotto in caldaie di rame scaldate su fuoco a legna, e stagionato su assi di legno, per un periodo di 30-60 giorni. Il peso delle forme può variare da mezzo chilo a un chilo. I produttori si concentrano fra Anguillara Sabazia, Trevignano Romano e la periferia Nord di Roma. La stessa area dove viene prodotto anche un altro formaggio tipico della zona, il pecorino Gran Riserva, un pecorino canestrato stagionato fino a un anno, dalla bella crosta naturale e dal gusto deciso. Un’azienda di Anguillara ne garantisce una produzione biologica senza aggiunte di conservanti. Preparato con latte di capra sarda, viene ancor oggi salato a mano.
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LE FESTE LOCALI

Di Luca Zanin
 
C’è una tradizione che ogni prima domenica di maggio, da 25 anni, si ripete uguale in una radura del Parco Naturale Marturanum, un’area attrezzata non lontana dal centro storico di Barbarano Romano, in località Caiolo, vicino alla necropoli etrusca.
È l’Attozzata, una festa agreste di tradizione pastorale che ha origini antiche ma, persasi nel dopoguerra con l’esodo dei migranti verso la Capitale, è stata riscoperta e rinnovata da una piccola associazione locale. Protagonisti sono due cibi tipici dei pastori: il pane e la ricotta.
Quest’ultima, il giorno della festa, viene preparata sin dalla mattina dai casari che fanno sobbollire il latte in grandi caldare. Il profumo si sparge nell’aria e, quand’è pronta, la ricotta viene distribuita calda - come si faceva nei tempi andati - in piccoli recipienti di coccio, posata su fette (tozzi) di pane casareccio.
All’ora di pranzo, presso lo stand gastronomico della manifestazione è possibile degustare anche altri piatti tipici locali come la pezzata, l’acquacotta, la pancetta alla contadina e le carni di pecora alla brace. Le degustazioni sono accompagnate da musica, manifestazioni equestri e visite guidate alla vicinissima necropoli etrusca.
Ma l’Attozzata non è che una delle feste popolari che scandiscono l’anno degli abitanti a Barbarano. Il calendario delle celebrazioni comincia all’alba del 17 gennaio.
Alle cinque del mattino, vestita di rosso, con ottoni e alamari, la banda comunale dà la sveglia al paese nel giorno di Sant’Antonio Abate, suonando brani sacri e profani. Poi la gente scende in strada in una curiosa processione con cani, gatti e uccellini, per raggiungere la chiesetta dedicata al Santo protettore degli animali: dopo la messa e la benedizione di cristiani e animali, c’è il rinfresco con la distribuzione di un particolare pane all'anice a forma di staffa. Pane tipico anche il 10 settembre, in occasione della festa per San Nicola da Tolentino: in paese si prepara e si distribuisce una pagnotta formata da otto palline di pasta unite a coppia e marcate col simbolo del santo. Il pane di San Nicola, segna in pratica la fine dei festeggiamenti che iniziano il 6 settembre per la natività di Maria, durante i quali si tengono concerti, spettacoli in piazza, e gare di cavalli fuori dal borgo.
Proprio durante il mese mariano, maggio, grande attenzione alle rose e ad altro fiori, con la premiazione del migliore balcone fiorito e la fiaccolata della Madonna del Castello e delle Madonnelle minori del rioni. A giugno, poi, per il Corpus Domini, il borgo si colora di mille sfumature con la tradizionale "infiorata", realizzata con profumati petali di rosa, ginestra e foglie di lauro e felce, a formare disegni a sfondo religioso sulle strade. Non manca, naturalmente, la classica processione.
Ma è forse per Santa Barbara, il 4 dicembre, che gli “etruschi” di Barbarano mettono l’impegno maggiore: nella ricorrenza della santa patrona, chiusi i negozi, scariche di mortaretti e fuochi d’artificio accompagnano la banda musicale che guida la processione con la reliquia della Santa. E nel cielo sopra le case di pietra rossa si leva un pallone aerostatico. Ma l’aspetto più singolare della festa è forse l’esibizione per le strade dei poeti a braccio. Barbarano è un enclave che protegge e tutela la poesia dialettale e i poeti a braccio fanno a gara con rime popolari in ottava a rima obbligata, la stessa di cui servivano poeti come Tasso e Ariosto.
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INFLUENZA ETRUSCA SUL TERRITORIO

Di Luca Zanin
 
Viaggiando oggi per le belle strade che da Veio, alle porte di Roma, conducono per continui saliscendi tra rocce tufacee, colline e profonde forre, alla scoperta delle tracce degli Etruschi nella Tuscia meridionale, non ci si può che interrogare – stupiti davanti all’ingegneria delle vie nascoste (le tagliate) e delle necropoli – su quale fosse la reale portata della potenza di queste genti. Siamo nella fascia più delicata del dominio etrusco affermatosi alla fine del VI secolo avanti Cristo fino alla Padania, ai laghi lombardi e alle terre dei Celti. Siamo in quella che oggi si direbbe una fascia cuscinetto, ai confini con le terre dei Latini e dei Sabini.
Qui vivevano e prosperavano alcune grandi città etrusche, dalla stessa Veio a Caere e Tarquinia. Qui si erano insediate quelle genti che, come narrava Erodoto alla metà del V secolo a.C., erano migrate via mare dalla Lidia, in Asia Minore, alle coste dell’Etruria. Quanto pesò il loro arrivo fra queste fertili piane d’origine vulcanica, allora probabilmente coperte da una fitta e interminabile foresta di querce? Certo il loro arrivo portò allo sfruttamento della ricchezza mineraria di questa regione, con lo sviluppo di quelle tecnologie nate dalla cultura villanoviana, che avrebbero portato alla produzione di strumenti e armi in metalli nobili: due elementi alla base della veloce affermazione di una casta principesca, come dimostra il corredo funebre del 670 a.C. rinvenuto a Cere, pochi chilometri in linea d’aria da Marturanum-Barbarano, nella Tomba Regolini-Galassi. E furono proprio Cere e le sue vicine colline dell’entroterra la sede del maggior sviluppo della società etrusca nell’epoca arcaica: qui si concentravano traffici commerciali e pellegrinaggi religiosi, testimoniati dalla grande messe di doni votivi nel tempio thesaurus; qui venivano prodotti in gran numero i buccheri, ceramiche scure, nere, che fino all’inizio del VI secolo a.C. furono diffusi in tutta l’Etruria.
Ma è nell’entroterra tra i laghi di Bracciano e Bolsena che, lontano dalle grandi città d’epoca medievale, sono rimaste più a lungo nascoste e dunque conservate le testimonianze di questa civiltà. Così, un itinerario alla scoperta degli etruschi non può che partire, dalla zona di San Giovenale, Blera, Barbarano (con la necropoli di San Giuliano) per raggiungere Civita Castellana oppure Castel d’Asso e Ferento.
E se l’archeologia non vi basta, c’è un’altra eredità etrusca da riscoprire e assaggiare. Quale? Basta guardare il paesaggio per capirlo: oltre le forre, le necropoli, i templi scavati nel tufo, la campagna ordinata e si estende con una dominante di colore, il grigio argento degli ulivi. L’olio d’oliva è la grande eredità che si tramanda fin dal IV secolo avanti Cristo, quando gli Etruschi divennero abili nel produrre e commercializzare l’oro verde della Tuscia.
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ANGUILLARA SABAZIA

Di Andrea Cuomo


E’ la più meridionale delle tre cittadine che affacciano sul lago di Bracciano. Accucciata in un promontorio, raccolta e armoniosa, è soggiogata dalla mole del quattrocentesco castello degli Orsini, famiglia che succedette proprio agli Anguillara nel dominio della città. Che fu abitata fin dalla notte dei tempi, se è vero che nella vicina località La Marmotta si trova il villaggio neolitico più antico di cui vi sia traccia in tutta l’Europa occidentale. Ma Anguillara era nota anche ai Romani, che furono i padrini del suo battesimo: fu una villa costruita nel punto in cui la costa lacustre forma un angolo vivo a esser chiamata “angularia” dai latini e a originare il toponimo contemporaneo. Tracce dell’epoca romana sono l’Acqua Claudia, complesso termale del I secolo a.C. di cui resta parte di un emiciclo; le Mura di Santo Stefano, opera cementizia del II secolo d.C. ove si trovano anche i resti di un abside di una chiesa del IX secolo; e un tratto della via Clodia largo 4,5 metri, con tanto di banchine laterali. Poi venne l’epoca degli Anguillara, famiglia che dominò la città con mano spietata dall’alto del suo castello, spogliando i suoi sudditi quando lecitamente – con severi balzelli – e quando illecitamente – con veri atti di brigantaggio pur signorile. Inutile dire che siffatti feudatari non erano avvolti da un’aura di grande popolarità. Motivo per cui il passaggio del paese sotto il giogo degli Orsini – al termine di una snervante disputa con i Borgia – fu vissuto con grande speranza dalla prostrata popolazione. Ma gli Orsini non furono padroni lungimiranti: si indebitarono e cedettero i gioielli di famiglia, Bracciano agli Odescalchi e Anguillara e Trevignano ai Grillo. Gli ultimi signori di Anguillara prima dell’annessione al Regno d’Italia furono i duchi Doria d’Eboli.
Oggi Anguillara Sabazia (appellativo questo aggiunto nel 1872 per evitare confusioni con altri luoghi omonimi) è una graziosa cittadina che ha conservato il suo impianto medievale. Accesso principale al cuore del paese è una possente porta cinquecentesca sormontata da un orologio, su cui si apre la piazza del Comune dominata dal palazzo baronale Orsini - sede del municipio e arricchito da un importante ciclo di affreschi delle scuole di Giulio Romano e Perin del Vega - e affacciata su uno scenografico belvedere. Da qui si può raggiungere il Museo della civiltà contadina e della cultura popolare, ospitato dal Torrione medievale, affascinante viaggio nella storia antica e recente e nella pratica domestica degli anguillarini, e la pregevole Collegiata dell’Assunta. Altri luoghi sacri meritevoli di una visita sono la Chiesa di San Biagio, patrono della città, e la popolare Chiesetta di Santa Maria delle Grazie, giusto in riva al lago, dove si adora una Madonna che nell’anno 1796 avrebbe compiuto il prodigio di occhieggiare a qualche testimone. Tra le altre attrattive di Anguillara Sabazia, il polo museale della piroga neolitica, che espone e valorizza i reperti del villaggio scoperto nel 1989 e in particolare l’imbarcazione monossile rinvenuta nel 2005 e conservata – in ottimo stato e dopo restauro – dentro una teca. Anguillara è il punto di partenza più comodo per visitare il piccolo lago di Martignano, placido satellite di Bracciano.

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BRACCIANO

di Andrea Cuomo


E’ la piccola capitale del tondo lago, nobile e raffinata. Crebbe e respira all’ombra dell’imponente Castello degli Orsini, il gesto architettonico più maestoso di tutta l’area, che si erge su un dosso che guarda alle non lontane acque del lago. L’abitato risale all’alto medioevo, e si formò attorno al primo fortilizio, quello costruito dalla famiglia dei Prefetti di Vico a difesa degli assalti saraceni. Caratteristica la forma che assunse il reticolo del paese, e che conserva tuttora: una conchiglia calcificata attorno alla spina dorsale della via che scende dalla collina di San Giacomo giù giù fino al lago. La rocca dei Vico si trasformò nello splendido castello attuale quando, nella seconda metà del Quattrocento, il paese passò nelle mani degli Orsini. Che allargarono la cinta muraria annettendo il convento di Santa Maria Novella e innalzando il bastione della Sentinella, utile a respingere nel 1496 le tambureggianti truppe pontificie e, oggi, per bearsi della più bella vista sulle acque del lago e sui dintorni di Bracciano. L’epoca degli Orsini fu quella dell’esplosione demografica ed economica del paese, con lo sviluppo di attività industriali e artigianali. La stagione d’oro di Bracciano proseguì con gli Odescalchi, che rilevarono il ducato a fine Seicento: in quell’epoca il paese era noto soprattutto per la qualità dei prodotti della cartiera, una delle più importanti dell’intero Stato Pontificio. In realtà Bracciano non decadde mai, nemmeno quando passò ai Torlonia, poi di nuovo agli Odescalchi e infine con l’annessione al Regno d’Italia: anzi, la costruzione della ferrovia Roma-Viterbo, la cui stazione era posta appena fuori dall’abitato, contribuì ad aumentarne il ruolo di capoluogo della Tuscia romana.
Oggi Bracciano è una città piacevole ed elegante, ricca di luoghi d’interesse e meta di un turismo sofisticato. Il Castello Orsini-Odescalchi, tra i migliori esempi di architettura militare fortificata in Italia, costituisce un potente scenario – scelto anche da Tom Cruise e Katie Holmes come fondale del loro matrimonio planetario - con le poderose torri cilindriche a scandirne la maestosa pianta pentagonale. L’interno, cui si accede attraverso un portale cinquecentesco alla base della torre orientale, conserva l’arredo originale e importanti opere d’arte ed evoca tuttora quell’atmosfera da corte rinascimentale che si nutriva dello scambio culturale dei cenacoli artistici e si eccitava nel fasto sontuoso delle feste. Da un cortile triangolare con portico e loggia una scala a chiocciola dà accesso alla sala Papalina, la biblioteca che dette ospitalità nel 1481 papa Sisto IV, allo studio e alla sala Umberto I. Le tappe immancabili della più affrettata delle visite sono la sala dei Cesari, scandita dai busti dei dodici Cesari e impreziosita dall’affresco a tutta parete di Antoniazzo Romano, e la sala delle Armi. Ma chi ha la fortuna di indugiare troverà un privilegio la passeggiata lungo il giro di ronda delle torri, che consente di sbirciare nel giardino segreto, e visitare ancora le sale degli Orsini e di Ercole.
Altre perle del patrimonio artistico-culturale di Bracciano sono il seicentesco Palazzo comunale, oggi pesantemente modificato rispetto all’impianto originario, le Chiese dei Santi Liberato e Mariano, della Madonna del Riposo, della Misericordia e di Santa Maria Novella. Il duomo è dedicato a Santo Stefano e si presenta attualmente come fu risistemata nel Seicento. E’ un autentico viaggio nel tempo la passeggiata nel borgo agricolo seicentesco di Castel Giuliano, cristallizzato più ancora che conservato. Bracciano ha sviluppato anche un turismo termale, attratto dai bagni di Vicarello, situati sulla sponda settentrionale del lago e luogo di ozio e cura già per gli antichi Romani. In località Vigna di Valle, a sud del paese, il museo storico dell’Aeronautica scandisce in quattro hangar espositivi utopie e imprese dell’aviazione italiana.

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TREVIGNANO

di Andrea Cuomo


Terzo dei paesi che affacciano sul lago di Bracciano, è il più settentrionale e pacioso. Sorge su una piccola penisola che si allunga sull’unica vasta insenatura chiamata a interrompere la giottesca rotondità del bacino. Il suo nome deriva da latino Trebonianum, dalla gens Trebonia che vi prese dimora ai tempi del dominio romano. Ma l’uomo vi si affaccenda dall’epoca del bronzo, come testimoniano le necropoli sparse nei dintorni. La storia di Trevignano è strettamente legata a quella degli Orsini, che ne furono gli indiscussi feudatari per secoli. L’immancabile fortificazione a difesa del paese da loro costruita, e munita di doppia cinta muraria fino al lago, non fu baciata dalla storia ed è oggi una suggestiva e vasta rovina, teatro metafisico di meditazioni sulla caducità dell’uomo e delle sue ambizioni: fu distrutta nel 1496 dalle truppe agli ordini di Giovanni Borgia, durante la pur vana guerra che papa Alessandro VI, fratello Giovanni, scatenò contro gli Orsini. Oggi è un trampolino per lo sguardo, che da qui si allunga per tutto il lago e sui paesi circostanti. Per il resto Trevignano, la più piccola delle tre città braccianesi, è un curatissimo borgo ideale per una villeggiatura senza orologio. Il visitatore meno pigro ha molte mete tra cui scegliere: la chiesa di Santa Maria Assunta, dal cui sagrato si raggiunge la Rocca, fu fatta costruire nel Cinquecento dagli Orsini: a navata unica, risplende dell’affresco con storie della Vergine nell’abisde, attribuito a un allievo di Raffaello e datato 1517. Ancora: la rimaneggiatissima Chiesa di Santa Caterina e il Palazzo comunale. Quest’ultimo, al piano terra, ospita il Museo civico archeologico etrusco-romano, che espone circa 350 reperti tra i quali un grande ventaglio di bronzo, due anfore splendidamente dipinte e la sepoltura di un guerriero dell’VIII secolo a.C.
Trevignano Romano è luogo di rilassanti passeggiate, a piedi – sull’attrezzato lungolago alberato - o in mountain bike sui sentieri ottimamente tracciati che la circondano. Gli amanti degli sport acquatici trovano qui un’ideale base, mentre quelli della natura possono visitare la zona umida del monumento natuarale Pantane e Lagusiello, dove sostano gli uccelli migratori e proliferano le orchidee e i gigli palustri.

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PESCE DEL LAGO DI BRACCIANO

di Andrea Cuomo



Il vulcanico lago di Bracciano, che con i suoi 57 chilometri quadri è il secondo più vasto del Lazio dopo quello di Bolsena, è una riserva idrica di grande importanza per Roma. Le sue acque cristalline ospitano tante specie ittiche, molte delle quali qui portate dall’uomo. Tra queste il Coregone, che fu introdotto all’inizio del Novecento dalla Svizzera, con risultati molto incoraggianti, al punto che già nel 1928 si calcolava una produzione di 300 quintali all’anno. Il coregone è un salmonide di media taglia, dal corpo affusolato e argenteo che può arrivare a misurare 70 centimetri e a pesare 8 chili. Privo di denti, si nutre di plancton e nuota in banchi, in genere lontano dalle sponde del lago, alle quali si avvicina soltanto per deporre le uova. Periodicamente vengono reintrodotti nel lago di Bracciano ingenti quantitativi di avannotti per implementare la popolazione. Altro pesce tipico del lago sabatino è il Lattarino, che però è autoctono. Di piccole dimensioni – può raggiungere al massimo i 12 centimetri – ha colore bianco argenteo con due piccole pinne dorsali e sui fianchi una striscia argentea. Vive in banchi e si nutre di plancton. La sua pesca, che avviene con varie tecniche ma prevalentemente a rete, dura tutto l’anno e rallenta soltanto ad agosto e settembre, in corrispondenza con il periodo di riproduzione. Purtroppo la popolazione sta rapidamente diminuendo. Di grande pregio l’Anguilla, pesce carnivoro che può giungere a sfiorare il metro di lunghezza e giunge nel lago di Bracciano dall’Atlantico, unico luogo di riproduzione di questo pesce, che si sobbarca un lungo viaggio per raggiungere i bacini di acqua dolce di Europa e Africa. Altri pesci presenti nelle acque del lago di Bracciano sono il luccio (carnivoro e di grandi dimensioni), la tinca (onnivoro, di grandi dimensioni e con una predilezione per le zone melmose), la carpa (che si nutre di larve e piccoli molluschi e può raggiungere grandi dimensioni), la trota iridea (introdotta alla fine dell’Ottocento dal Nord America e solo d’allevamento), la rovella (piccolo pesce indigeno che pian piano viene soppiantato dal “cugino” di introduzione, il triotto), il persico reale (specie di introduzione che, per la sua indole predatoria, ha pesantemente falcidiato le altre specie di cui mangia le larve o i piccoli) e il carassio, pesce di introduzione di media taglia, che si è ambientato benissimo nelle acque braccianesi ed è ora inquilino assai petulante.
La pesca sul lago di Bracciano è di antica tradizione: in un documento che risale al 1020, il primo in cui si rivela l’esistenza del castrum Angularia, embrione della città di Anguillara, sono elencati i nomi dei cittadini che pagavano un canone per esercitare il privilegio della pesca sul lago. Oggi l’attività è rigidamente regolamentata, anche in considerazione del fatto che il lago di Bracciano è al centro di un parco naturale regionale. Si praticano con licenza il carp fishing, lo spinning, la pesca all’inglese. Sul lago operano alcune cooperative di pescatori, che però lamentano la mancanza di più giovani leve. Il lago di Bracciano ospita anche un centro provinciale ittiologico e di incubazione ittica realizzato nei pressi di Anguillara Sabazia, che contribuisce al ripopolamento delle acque.
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CUCINA DI LAGO
di Andrea Cuomo


Figli di un’acqua minore. Il pesce di lago è sempre stato considerato inferiore organoletticamente a quello di mare. Ma è ora di sfatare questo luogo comune. Per farlo ci si può appellare alla impolverata tradizione romana, che vedeva nel pesce di lago o di fiume il re del periodo quaresimale, nutriente aggiramento dei precetti religiosi. Oppure tirare in ballo le sue proprietà nutrizionali: un contenuto proteico compreso tra il 6 il 20 per cento, pochi grassi e tanti minerali. Insomma, un alimento quasi perfetto che può esprimersi al meglio anche a tavola, stuzzicando la fantasia degli chef professionisti e di quelli... casalinghi. Ricca è il curriculum gastronomico del lago di Bracciano, che ha proprio nel pesce il suo mattatore in tutti – o quasi, il dessert proprio no - i capitoli del menu (antipasti, primi e secondi). Anguille, coregoni, lattarelli, tinche, carpe e persici reali abitano con identica disinvoltura le acque del lago e le carte dei migliori ristoranti rivieraschi; e trionfano infine nella sagra del pesce che si tiene d’estate ad Anguillara Sabazia.
Tra le ricette tipiche, quella dell’Anguilla al peperoncino, in cui il pesce, tagliato a listarelle, viene cotto in forno con un soffritto di sedano, cipolle e peperoncino, spruzzato di limone e accompagnato, a cottura ultimata, da formaggio di capra. I lattarini, per le loro ridotte dimensioni, vengono invece fritti; e consumati comodamente seduti in un ristorante vista lago; o – meglio ancora - acquistati espressi come street food lacustre nel cottìo, una sorta di “fraschetta” di lago costruita avventurosamente con canne e rami sulla riva del bacino. Serviti nel classico cartoccio non perdono la loro singolare delicatezza di gusto.
Più impegnativa invece la frittura mista, a cui conferiscono consistenze grassezze e sapori differenti lattarini, anguille, lucci, coregoni, tinche e altre specie locali. Altro modo per preparare i lattarini è marinarli – dopo averli fritti e ben asciugati – in un composto di aceto, sale, aglio, rosmarino e alloro. Una ricetta che richiede tanta pazienza (la marinatura dura almeno tre giorni, ma spesso si preferisce una lunga conservazione in barattolo) ma la ripaga a colpi di sapore. I pesci più grandi, il coregone, l’anguilla, il luccio, si esaltano invece alla griglia, con un condimento minimale. Altre ricette che valorizzano il pesce di lago di Bracciano sono – tra i primi – la tradizionale Zuppa di lago, i Tagliolini al pesce persico, i Ravioli di persico, gli Gnocchi con persico e zucca, i semplici Spaghetti al coregone; tra i secondi l’Anguilla alla cacciatora, il Coregone e il Luccio al forno, il Coregone in salsa, il Persico alla brace (ottimo accompagnato da un pesto di finocchietto selvatico).
Il pesce di lago è proposto dai ristoranti più arditi anche in preparazioni “fusion” come la Tempura di pesce di lago, nella quale la tradizionale frittura è resa aerea per venire incontro alle moderne esigenze di linea – oltrechè di moda. Il che non guasta.

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LE SAGRE

di Andrea Cuomo

Ha quasi mezzo secolo la sagra del pesce di Anguillara Sabazia, che ogni anno celebra a inizio estate una delle più importanti “industrie” locali, quella della pesca. Molto è cambiato da quel 15 maggio 1960 in cui in riva al lago vennero inaugurate le “fraschette”, le tipiche capanne di materiale lacustre – canne e rami - che custodivano il “cottìo”, dove friggevano a ciclo continuo lattarini, anguille e gli altri pesci locali. Erano giornate campali per Anguillara e per tutto il lago, quelle: l’assessorato al Turismo della Regione finanziava l’evento e – con i soldi pubblici – ci si potevano permettere feste musicali, gare sportive, giochi tradizionali e la “corsa dei pesci”, che vedeva i quattro rioni del paese (Valle, Castello, San Francesco e Stazione) sfidarsi trasportando per le strette strade del centro enormi pesci di cartapesta a opera di equipaggi composti da baldi contradaioli. La sagra di oggi rinnova questa tradizione pur con una collocazione diversa nel calendario e sul territorio. Si svolge infatti tutti gli anni per tre giorni in occasione della festa di San Biagio, patrono di Anguillara, a fine giugno, sul lungolago Reginaldo Belloni: evento clou della sagra è la maxifrittura in due padelle extralarge di enormi quantità di pesce di ogni specie, che poi viene offerto dai pescatori al pubblico, accompagnato da un bicchiere del vino locale. Per chi vuole mangiare anche altro, stand gastronomici e ristoranti offrono tutte le specialità gastronomiche dell’area. E alla fine, tutti con il naso all’insù per rimirare gli spettacolari fuochi artificiali che si riflettono sulle acque del lago.
In un altro periodo dell’anno, tra gennaio e febbraio, si svolge sempre ad Anguillara una meno affollata ma altrettanto golosa sagra, quella che celebra il figlio prediletto dei campi: il broccoletto. La coltura di questo ortaggio semplice e versatile è relativamente recente nell’area del lago. Si narra che fu tale Cafiero a trovarne dei semi nel gozzo di un piccione e a piantarli, dando vita qualche tempo dopo al primo raccolto di broccoletto “anguillarese”. Oggi esso è ospite imprescindibile di ogni menu del territorio, ad accompagnare il pesce locale, la carne della vicina Maremma o, meglio ancora, ad avvolgere la sapida salsiccia. Nel corso della sagra decine di pentoloni cuociono in tanti modi le verdi foglie raccolte poche ore prima a poche centinaia di metri di distanza, esempio lampante della più ruspante “filiera cortissima”, di cui non ci si stanca di tessere le lodi.

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OLIO DOP SABINA ROMANA

di Marco Oreggia e Laura Marinelli
 
Costellata da distese verdi-argentee di grande suggestione tra cui maestosi olivi secolari, questa terra deve la sua predisposizione a tutta una serie di fattori positivi come il terreno di natura calcarea e argillosa, il clima particolarmente mite, l’altitudine media con pendenze ideali e la buona esposizione degli oliveti. Ovviamente a tutto ciò vanno aggiunte accurate tecniche di coltivazione, raccolta e trasformazione. È difficile datare con esattezza l’inizio della coltivazione dell’olivo in questa terra che fin dall’antichità si distingueva per la qualificata produzione di olio oltre ad essere tra i siti prediletti dei Romani per i loro ozi. Le tesi più accreditate sono due: la presenza sul territorio di piante selvatiche di “oleaster” fin da epoche remote e la diffusione conseguente ai primi contatti fra Sabini e Romani, teoria quest’ultima che colliderebbe tuttavia con quanto affermato da Columella che parla dell’olivicoltura in quest’area come di una pratica collaudata da secoli. Già nel I secolo a. C. Strabone sosteneva che gli oliveti caratterizzavano in modo significativo il paesaggio sabino, così come alla coltura dell’olivo fanno riferimento anche Catone e Varrone, quest’ultimo originario del reatino. Nel I secolo d. C. la coltivazione dell’olivo divenne preminente in Sabina, dove peraltro i patrizi romani edificarono ville sontuose che prevedevano, accanto alla parte patronale, anche quella rustica con frantoio e magazzino per conservare le derrate alimentari tra cui principalmente vino e olio. Con lo spostamento della capitale da Roma a Costantinopoli ebbe inizio il declino dell’olivicoltura sabina che raggiunse il suo culmine con le invasioni barbariche. E sarà soltanto grazie ai Monaci Benedettini, raccoltisi presso l’Abbazia di Farfa, e alla loro regola che prevedeva un sistema di vita autarchico, che il paesaggio sabino ricomincerà a popolarsi di oliveti. Attualmente nella Sabina Romana troviamo un ampio ventaglio di cultivar di olivo: il leccino, il frantoio, il moraiolo, il pendolino, la rosciola e la carboncella. A queste si aggiungono altre varietà interessanti come la raja, l’olivastrone, l’olivago e la salviana. Le caratteristiche degli oli extravergine ricavati da queste varietà sono variabili ma tutte di grande nobiltà: il colore va dal giallo intenso al giallo-verde; i sentori olfattivi rimandano ad un fruttato di media intensità con decisi sentori di carciofo, erbe fresche falciate e sentori di officinali; il gusto è armonico ed elegante con note di amaro e piccante presenti e dosate.
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OLIO DOP TERRE TIBURTINE

di Marco Oreggia e Laura Marinelli
 
Così come sotto l’aspetto ambientale, sociale e storico-monumentale, anche dal punto di vista della produzione olivicola l’area della futura Dop Terre Tiburtine è caratterizzata da una sostanziale omogeneità. Qui l’olio ha rappresentato fin dai tempi antichi uno degli alimenti essenziali delle popolazioni locali e all’epoca dei Romani era rinomato come Oleum Tiburtinum, dal nome latino dell’odierna città di Tivoli, Tibur. Basti pensare alle opere degli scrittori latini Columella, Plinio e Varrone che esaltarono la fertilità dei suoli tiburtini e la qualità di quest’olio tanto che l’Imperatore Adriano volle collocare la sua villa (la splendida Villa Adriana del II secolo d. C.) tra due oliveti delle Terre Tiburtine, ancora presenti nel sito archeologico. E sempre qui si trovava uno degli alberi di olivo più grandi d’Italia e forse d’Europa: l’Albero Bello, risalente a circa 20 secoli fa e il cui tronco, formato da quattro grossi fusti, misurava ben 14 metri di circonferenza. La zona di produzione delle olive destinate all’olio extravergine di oliva Dop Terre Tiburtine comprende i territori dei comuni in provincia di Roma Casape, Castel Madama, Castel S. Pietro (parte), Ciciliano, Cineto Romano, Licenza, Mandela, Pisoniano, Poli, Roccagiovine, Roma (parte - loc. S. Vittorino), S. Gregorio da Sassola, S. Polo (parte), Sambuci, Tivoli, Vicovaro. Si sviluppa per circa 16.500 ettari, di cui circa 3.500 destinati all’olivicoltura. È situata nella fascia altimetrica compresa tra 90 e 500 metri sul livello del mare in un ambiente caratterizzato da terreni di origine prevalentemente vulcanica, rocciosi, ciottolosi e ricchi di scheletro dove il clima è asciutto d’estate e mite d’inverno. Le varietà utilizzate sono il frantoio (fino al 30%), il leccino (fino al 25%), la rosciola e la rotonda di Tivoli (ognuna almeno il 5%). Le altre cultivar locali - ovvero la brocanica, la carboncella, l’itrana, la montanese e il pendolino - completano il restante 35%, presenti congiuntamente o distintamente. L’olio ottenuto ha un colore che varia dal giallo-oro al giallo con sfumature verdi; all’olfatto si apre delicato e caratterizzato da sottili note vegetali di ortaggi freschi e sentori di frutta bianca; al gusto è elegante e fine con note di mandorla dolce in chiusura. La produzione è attualmente in aumento, in linea con gli obiettivi dei proprietari degli oliveti, per lo più famiglie locali che curano personalmente appezzamenti piccoli o medio-piccoli. Infatti l’olio continua ad essere importante nell’economia tiburtina e numerosi sono i produttori anche se la destinazione finale continua ad essere per lo più l’autoconsumo.
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PANE DI VICOVARO

di Marco Oreggia e Laura Marinelli
 
Il comune di Vicovaro ha rappresentato per molto tempo, per i cittadini dell’Urbe, il paese del pane ovvero il luogo in cui praticamente tutti gli abitanti erano impegnati nell’arte della panificazione, sia lavorando di notte nei forni, sia cercando di vendere il pane al mattino nelle strade della capitale. Occorre infatti ricordare che il pane di Vicovaro veniva portato giornalmente e di buon’ora nei comuni e nelle zone limitrofe ed è sempre stato molto ricercato ed apprezzato. Preparato nella caratteristica forma di pagnotta, ebbe una grande diffusione in particolare tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta del secolo scorso a Tivoli, a Roma e in altri paesi della Sabina Romana. Questo vero e proprio boom indusse perciò molti fornai vicovaresi a commercializzare la loro rinomata pagnotta impastata a mano, lievitata in modo naturale e cotta in forni a legna. All’inizio degli anni Cinquanta, dunque, a Vicovaro esistevano ben diciotto forni che lavoravano tutto il giorno a pieno ritmo. Come dicevamo, si trattava di forni alimentati con legno di ginestra, raccolto nei dintorni del paese. Vi si cuocevano pani grandi e fragranti. La produzione giornaliera ammontava a circa duemila pagnotte e tutte le famiglie erano impegnate nella produzione: uomini, donne e ragazzi tutte le mattine si recavano in treno verso la città con zaini e sacchi di tela azzurra colmi di pani ancora caldi. Lì facevano “le poste” ovvero vendevano il pane di casa in casa. Oggi nel paese di forni ne sono rimasti soltanto due, ma il pane di Vicovaro resta una prelibatezza. Confezionati in forma rotonda (pagnotta) o allungata (filone), i pani sono realizzati in pezzature da un chilo oppure da 500 grammi. Si presentano con due o più incisioni sulla crosta e sono prodotti con farina di grano di tipo 00, a lievitazione mista ossia in parte con pasta acida e in parte con lievito di birra. Non tutti i fornai però praticano ancora la doppia lievitazione (o impasto indiretto), come avveniva un tempo: bisogna farne specifica richiesta prima dell’acquisto. L’impasto indiretto prevede infatti una prima lievitazione che dura circa mezz’ora, seguita da una seconda, successiva alla lavorazione sulla spianatoia, della durata di circa un’ora e mezza o due ore.
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TERRITORIO DELLA DOP SABINA ROMANA
di Marco Oreggia e Laura Marinelli
 

Comuni di: Palombara Sabina, Marcellina, Montorio Romano, Monteflavio, Nerola, Sant’Angelo Romano, San Polo dei Cavalieri.

Siamo a soli 40, 50 chilometri a nord-est dalla città eterna, ma il paesaggio è quello dei pittori del passato: ampi spazi di campagna dove al verde cupo delle querce si alterna il colore argenteo degli olivi e dove placide greggi al pascolo, immoti castelli e borghi medievali ci trasportano in un’atmosfera irreale. Siamo nella fertile terra dell’olio Dop Sabina Romana. Procedendo in direzione della S.S. Tiburtina Valeria, incontriamo il comune di Sant’Angelo Romano, raggiungibile anche percorrendo la via Nomentana e la Palombarese. Collocato sulla sommità di uno dei tre colli che compongono i Monti Cornicolani, unisce all’attrattiva naturalistica quella storica: antico castrum dell’Abbazia di S. Paolo, nel XIII secolo divenne un castello, prima della famiglia Capocci, poi degli Orsini che lo tennero, con alterne vicende, fino al 1870 quando passò al Regno d’Italia. Il periodo migliore si ebbe sotto il dominio della famiglia di Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, che lo trasformò in elegante dimora adorna di affreschi ed iscrizioni nonché luogo eletto di intellettuali e scienziati. Continuiamo per Marcellina, sul monte Morra, che trae anch’essa origine da un castrum romano. Ma la nascita dell’attuale comune si deve al Monastero di S. Maria in Monte Dominico, in epoca medievale. Da visitare l’omonima chiesa dell’XI secolo sorta sui resti di una villa romana e dotata di importanti affreschi tra cui una copia della Madonna con Bambino di S. Maria in Trastevere a Roma. A pochi chilometri di distanza si trova San Polo dei Cavalieri. Ben tre le leggende sulla sua fondazione: la più attendibile la lega alla madre del principe Mario Orsini, della famiglia Cavalieri. La prima fonte storica risale invece all’XI secolo ed è connessa al dominio degli Abati di S. Paolo. Testimonianza ancora viva del passato è il castello del XV secolo appartenuto agli Orsini, al Cardinale Cesi e infine ai Borghese. Verso nord raggiungiamo Palombara Sabina: le prime notizie su questa cittadina ai piedi del Monte Gennaro, tra olivi e ciliegi, parlano ancora una volta di castrum come primo nucleo di quello che nel XIII secolo divenne possedimento della famiglia Savelli che dette il nome al castello tuttora visitabile, che conserva il torrione originale del IX secolo nonché gli affreschi della scuola di Raffaello (XVI sec.). Spostandoci a nord-est, ai margini del Parco Regionale dei Monti Lucretili, si arriva dapprima a Monteflavio, dal nome del fondatore Flavio Orsini (XVI secolo). Qui è la chiesa di S. Martino e quella di S. Maria Assunta (con un bel tabernacolo del Bernini) oltre a quella della Madonna delle Grazie e della Neve. Dopo Monteflavio, ecco Montorio Romano: dai suoi 570 metri la vista spazia dal Terminillo alla valle Tiberina. I ruderi delle case romane testimoniano le origini del sito che risulta dapprima tra i beni dell’Abbazia di Farfa, poi dominio delle famiglie Savelli, Orsini e Barberini. Oltre al castello, sono degni di nota il Palazzo Baronale e la Chiesa di S. Lorenzo Abate del XIII secolo, gioiello dell’architettura romanica. Ultima tappa: Nerola, al confine con la provincia di Rieti, è un suggestivo borgo medievale che deriverebbe il suo nome da un termine sabino che significa forte, ad indicare la sua posizione di fortezza a 450 metri di altitudine.

Comuni di: Palombara Sabina, Marcellina, Montorio Romano, Monteflavio, Nerola, Sant’Angelo Romano, San Polo dei Cavalieri.

Siamo a soli 40, 50 chilometri a nord-est dalla città eterna, ma il paesaggio è quello dei pittori del passato: ampi spazi di campagna dove al verde cupo delle querce si alterna il colore argenteo degli olivi e dove placide greggi al pascolo, immoti castelli e borghi medievali ci trasportano in un’atmosfera irreale. Siamo nella fertile terra dell’olio Dop Sabina Romana. Procedendo in direzione della S.S. Tiburtina Valeria, incontriamo il comune di Sant’Angelo Romano, raggiungibile anche percorrendo la via Nomentana e la Palombarese. Collocato sulla sommità di uno dei tre colli che compongono i Monti Cornicolani, unisce all’attrattiva naturalistica quella storica: antico castrum dell’Abbazia di S. Paolo, nel XIII secolo divenne un castello, prima della famiglia Capocci, poi degli Orsini che lo tennero, con alterne vicende, fino al 1870 quando passò al Regno d’Italia. Il periodo migliore si ebbe sotto il dominio della famiglia di Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, che lo trasformò in elegante dimora adorna di affreschi ed iscrizioni nonché luogo eletto di intellettuali e scienziati. Continuiamo per Marcellina, sul monte Morra, che trae anch’essa origine da un castrum romano. Ma la nascita dell’attuale comune si deve al Monastero di S. Maria in Monte Dominico, in epoca medievale. Da visitare l’omonima chiesa dell’XI secolo sorta sui resti di una villa romana e dotata di importanti affreschi tra cui una copia della Madonna con Bambino di S. Maria in Trastevere a Roma. A pochi chilometri di distanza si trova San Polo dei Cavalieri. Ben tre le leggende sulla sua fondazione: la più attendibile la lega alla madre del principe Mario Orsini, della famiglia Cavalieri. La prima fonte storica risale invece all’XI secolo ed è connessa al dominio degli Abati di S. Paolo. Testimonianza ancora viva del passato è il castello del XV secolo appartenuto agli Orsini, al Cardinale Cesi e infine ai Borghese. Verso nord raggiungiamo Palombara Sabina: le prime notizie su questa cittadina ai piedi del Monte Gennaro, tra olivi e ciliegi, parlano ancora una volta di castrum come primo nucleo di quello che nel XIII secolo divenne possedimento della famiglia Savelli che dette il nome al castello tuttora visitabile, che conserva il torrione originale del IX secolo nonché gli affreschi della scuola di Raffaello (XVI sec.). Spostandoci a nord-est, ai margini del Parco Regionale dei Monti Lucretili, si arriva dapprima a Monteflavio, dal nome del fondatore Flavio Orsini (XVI secolo). Qui è la chiesa di S. Martino e quella di S. Maria Assunta (con un bel tabernacolo del Bernini) oltre a quella della Madonna delle Grazie e della Neve. Dopo Monteflavio, ecco Montorio Romano: dai suoi 570 metri la vista spazia dal Terminillo alla valle Tiberina. I ruderi delle case romane testimoniano le origini del sito che risulta dapprima tra i beni dell’Abbazia di Farfa, poi dominio delle famiglie Savelli, Orsini e Barberini. Oltre al castello, sono degni di nota il Palazzo Baronale e la Chiesa di S. Lorenzo Abate del XIII secolo, gioiello dell’architettura romanica. Ultima tappa: Nerola, al confine con la provincia di Rieti, è un suggestivo borgo medievale che deriverebbe il suo nome da un termine sabino che significa forte, ad indicare la sua posizione di fortezza a 450 metri di altitudine.

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TERRITORIO DELLA (QUASI) DOP TERRE TIBURTINE

di Marco Oreggia e Laura Marinelli
 

Comuni di: Vicovaro, Mandela, Licenza, Cineto Romano.

Lungo la via Tiburtina, superata la città di Tivoli, seguendo le rotte che in età remota erano percorse durante la transumanza, si arriva al comune di Vicovaro che si può raggiungere anche con la A 24. Posizionato su un dosso lungo il corso dell’Aniene, fu preda di Romani e Longobardi per poi risorgere nel Medioevo grazie agli Abati di Subiaco che ne tennero il possesso finché non fu trasformato in fortezza dagli Orsini. L’antico castello Orsini fu poi in parte incorporato nel palazzo settecentesco Cenci-Bolognetti. Ma il gioiello del paese è il tempietto di San Giacomo, di stile gotico-rinascimentale, collocato in una piazza su cui si affaccia anche la cattedrale di San Pietro, in stile barocco. Da qui ci muoviamo alla volta di Mandela che deve il suo nome ad un verso di Orazio che descrive questo borgo “raggrinzito dal freddo”. Qui, prima di giungere al nucleo abitato, troviamo il castello della famiglia Del Gallo con una bella torre quadrata e la chiesa di San Vincenzo, ricca di interessanti sculture. Dalla Tiburtina Valeria, imboccando la S.S. 314, dopo pochissimi chilometri, si arriva a Licenza, al centro di una valle stretta e lunga che conserva ancora oggi quelle caratteristiche di luogo ameno e tranquillo che la fecero scegliere da Mecenate come luogo di riposo. Qui infatti erano la villa e il podere che regalò ad Orazio perché potesse comporre le sue opere in un ambiente che ancora oggi si conserva incontaminato. Possesso degli Orsini e poi dei Borghese, la cittadina mantiene ancora l’impronta medievale e si raccoglie intorno al Palazzo Baronale risalente agli Orsini ma più volte rimaneggiato e arricchito, al cui interno si trova anche il Museo Oraziano che merita una visita. Se si torna indietro sulla S.S. 314 e si raggiunge nuovamente la Tiburtina Valeria è possibile percorrerla fino al bivio per Cineto Romano, un piccolo comune posto a dominare la valle del torrente Ferrata dove sorge un bel Palazzo Baronale oltre alle Chiese di San Giovanni Battista e di San Maria delle Grazie del 1700.

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VEROLI
 
Il percorso inizia nella città di Veroli caratterizzata da antichi monumenti, un fiorente artigianato (ferro battuto, pane e ciambelle), eventi (fasti verulani, ernica etnica, biennale del ferro battuto, ecc.).
Sei andato via da qui da troppi anni.
E la lista di quello che ti manca diventa ogni giorno più lunga.

Il pane, per esempio. La pagnotta, come la fanno qui, non è facile trovarla altrove. Forse perché ha il profumo di casa. Dicono che quella tradizionale resiste a Veroli, insieme alle ciambelle. Vai, assaggi e pensi che è vero.

E’ come camminare in un mondo che pensavi di aver perduto” preso da un articolo di Vittorio Macioce “La sfida è andare avanti”) caratterizzata da antichi monumenti, un fiorente artigianato (ferro battuto, pane e ciambelle), eventi
(fasti verulani, ernica etnica, biennale del ferro battuto, ecc.).

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VISITA ALL'ABBAZIA DI CASAMARI

 

Abbazia gotica cistercense, edificata dal 1203 e consacrata nel 1212

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BOVILLE ERNICA 
 
Centro storico fortificato, mosaico di Giotto
Il centro storico è racchiuso all’interno di un imponete cinta muraria edificata prima dell’anno 1000, di importante rilievo all’interno di questo troviamo la chiesa di San Pietro Ispano la quale si erge qui resti della Basilica Costantiniana, nella quale troviamo un importante mosaico di Giotto, l’unico giunto fino a noi, inoltre qui troviamo anche il bassorilievo del San Sovino e il Sarcofago Paleo-Crisiano del 350 d.C .
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MONTE SAN GIOVANNI CAMPANO
 
Citta' dell'olio, az. agricola Ciera dei Colli, centro storico fortificato
Qualche tempo fa hai scoperto che a Monte San Giovanni Campano, davanti al castello degli Aquino, lì dove la famiglia rinchiuse San Tommaso, c’è stata l’ultima battaglia combattuta senza armi da fuoco. Fu il crepuscolo dei cavalieri, e si portò via tutto un mondo di codici d’onore, coraggio, virtù e anche una bella manciata di tradimenti. Di quel mondo qualcosa è rimasto, ma non ha nulla a che fare con la guerra. E’ l’olio, che viene prodotto con gli stessi metodi di allora. La piana, se la guardi dall’alto, ha qualcosa di razionale, come le linee di Le Corbusier, vedi ancora i confini rettangolari delle vecchie centurie romane, che disegnano in lungo e in largo tutto il territorio. Sono gli appezzamenti che Caio Mario aveva regalato ai suoi veterani, dopo la battaglia contro Cimbri e Teutoni, lassù al Nord. Le strade più antiche seguono la stessa divisione fondiaria. Il passato non si cancella mai del tutto” tratto da un articolo di Vittorio Macioce: La sfida è andare avanti), (città dell’olio, az. agricola Ciera dei Colli, centro storico fortificato)
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ARPINO
 
Citta' di Cicerone, museo della lana e della liuteria
Arpino è lì sulla destra, arroccato su un colle, e un tempo era la città degli “uomini nuovi”. E’ da qui che sono partiti Caio Mario e Cicerone, un condottiero e il simbolo classico di tutti gli intellettuali.” tratto da un articolo di Vittorio Macioce: La sfida è andare avanti)-( “…le acque hanno anche dato per secoli lavoro ai “valligiani”, sostenendo una significativa produttività industriale. Le cartiere e i lanifici del triangolo Sora-Isola-Arpino, alimentate dalla forza motrice indotta dallo sfruttamento dei fiumi Fibreno e Liri, hanno, infatti, primeggiato nell’industria europea sette-ottocentesca, e oggi ne viene tutelata la memoria nei testi scientifici di archeologia industriale e nei musei delle lane…” tratto da "Qui la memoria è protetta", di Lorenzo Arnone Sipari), (città di Cicerone, museo della lana e della liuteria, tra l’altro è una città premiata con la bandiera arancione perché possiede uno dei centri storici più belli d’Italia
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ACROPOLI DI CIVITAVECCHIA DI ARPINO 
 
La quale rappresenta il cuore antico di Arpino, la muraglia in origine eretta per difendersi dall’insediamento dei volsci si estendeva per 3 km, attualmente ve ne sono solo 1,5 km che tra l’altro in alcuni punti sono stati inglobati nelle case costruite successivamente.
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CASALVIERI (gole del Melfa) CASALATTICO
 
SIC (Sito di interesse comunitario)-ZPS (Zone Protezione Speciale), hanno un origine fluvio-tetonica, la sua forma è dovuta all’azione erosiva delle acque del fiume che in migliaia di anni hanno appunto lasciato questa forma.
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ATINA, ANTICA CITTA' SANNITA

Museo archeologico, az. agricola Palombo cabernet
 

La strada da Cassino ad Atina fino a poco meno di un secolo fa non era agevole, ma questo non ha impedito ai viaggiatori del Grand Tour, fra i quali ad esempio lord Craven, di ammirare la Valle di Comino. Oppure di fermarsi per lunghi periodi in angoli remoti della stessa, trovandovi la fonte d’ispirazione, come accadde al celebre scrittore inglese Lawrence, che ambientò il romanzo La ragazza perduta a Picinisco. Oggi, però, le strade di comunicazioni “vere” ci sono, e il percorso dall’agro cassinate al cominese è agevolato dal tratto Sora-Cassino di una superstrada che, collegando Formia ad Avezzano, dal mare alle montagne, è parte del fondamentale collegamento tra il Tirreno e l’Adriatico.”tratto da articolo: “Qui la memoria è protetta” di Lorenzo Arnone Sipari.),(“…di fagioli. I romani mangiavano i cannellini di Atina, piccoli, ellittici e schiacciati. Crescono sui terreni alluvionali depositati dai torrenti Melfa e Mollarino. Non è un caso che il piatto più famoso, qui, sia la sagna e fagioli. Pasta di farina integrale tagliata a mano in piccoli rombi e il cannellino.”tratto da articolo “La sfida è andare avanti” di Vittorio Macioce.) antica città sannita (museo archeologico, az. agricola Palombo cabernet

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CASTAGNETO SECOLARE DI TERELLE
 
Citta' delle castagne
Citta' delle castagne "L’operosità è in genere testimoniata, nel territorio del Gal Versante Laziale del PNA, da un’economia che si regge ancora, con saperi diversi e con forze-lavoro certo minori rispetto al passato, sull’artigianato, sullo sfruttamento razionale dei boschi (Colle S. Magno e Monte San Giovanni Campano), sulla raccolta di funghi, castagne (celebri quelle di Terelle)…tratto da articolo:”Qui la memoria è protetta” di Lorenzo ArnoneSipari.
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MONTE CAIRO (S.I.C.) COLLE S. MAGNO
 
Ambiente montano, formato da boschi misti e castagneti secolari nel quale si trovano specie endemiche, S.I.C. – Z.P.S.
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CAMPOLI APPENNINO
 
Visita al centro storico con torre medievale e la dolina carsica (il Tomolo) e la panoramica sul Vallone Lacerno.
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DACAMPOLI APPENNINO - POSTA FIBRENO 
 
Si arriva presso il Lago di Posta Fibreno – visita presso la Riserva
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VICALVI
 
Centro storico con il castello medievale
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ALVITO
 
Pasticcerie – sede del Gal- Sede Parco
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SAN DONATO VAL DI COMINO
 
Centro storico Bandiera Arancione, Museo Geologico e della
Civiltà Contadina
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SETTEFRATI
 
Madonna delle Grazie – Val Canneto
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PICINISCO
 
Azienda Agricola Pacitti – Casa museo Lawrence
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VILLA LATINA - AZIENDA DEL
MOLLARINO (MULINO DI AGNONE)
 
Si prosegue per San Biagio Saracinisco – Lago Selva Cardito
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VALLEROTONDA
 
Pro – Loco – Lago Selva Cardito
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VITICUSO
 
Piatto Tipico "Abbuot"
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