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LA SFIDA E’ ANDARE AVANTI di Vittorio Macioce
Questa terra ha la sua faccia.

Le rughe sono profonde e ogni solco e' una storia, una stagione.
Fa il contadino. E' con lui che comincia questo viaggio, con un gesto che in un altro posto avrebbe qualcosa di artefatto, studiato, e qui invece e' solo naturale. Si abbassa e scava con le mani un pugno di terra, poi se la lascia scivolare tra le dita.

Non parla, ma e' il suo modo per dire che questa e' la sua identita'.

Lui e la terra camminano insieme. Indissolubili. E' strano, il viaggiatore o il passante che passa di qui, in questo ultimo pezzo di Ciociaria, quasi non ci crede. Lo sguardo incantato e ogni volta le stesse parole: "Non conoscevo questi paesaggi. Se ne parla poco, ma non hanno nulla da invidiare alla Toscana e all'Umbria".

La colpa, pensi, è dei giornalisti, che si muovono sempre sugli stessi tracciati. O forse è il timore antico di chi vive qui e come quei gatti un po' randagi, fa di tutto per restare nascosto. Non sempre ci riesce.

La sfida e' andare avanti, senza rinnegare il passato.

Forse e' stato sempre così.

Qui la storia si rincorre.

Ci sono le tracce dei sabini e dei sanniti, ci sono luoghi che hanno segnato l’epopea di Roma, i profili dei castelli medioevali e i palazzi del Rinascimento. E a Est, le valli e i monti del Parco Nazionale che dall'Abruzzo sconfina nel Lazio e nel Molise, dove ancora vive l’orso morsicano e di notte si sentono ululare gli ultimi lupi.
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Qualche tempo fa hai scoperto che a Monte San Giovanni Campano,
davanti al castello degli Aquino, lì dove la famiglia rinchiuse San Tommaso, c’è stata l’ultima battaglia combattuta senza armi da fuoco.

Fu il crepuscolo dei cavalieri, e si portò via tutto un mondo di codici d’onore, coraggio, virtù e anche una bella manciata di tradimenti.

Di quel mondo qualcosa è rimasto, ma non ha nulla a che fare con la guerra. E’ l’olio, che viene prodotto con gli stessi metodi di allora.

La piana, se la guardi dall’alto, ha qualcosa di razionale, come le linee di Le Corbusier, vedi ancora i confini rettangolari delle vecchie centurie romane, che disegnano in lungo e in largo tutto il territorio.

Sono gli appezzamenti che Caio Mario aveva regalato ai suoi veterani, dopo la battaglia contro Cimbri e Teutoni, lassù al Nord.

Le strade più antiche seguono la stessa divisione fondiaria. Il passato non si cancella mai del tutto. Arpino è lì sulla destra, arroccato su un colle, e un tempo era la città degli “uomini nuovi”.

E’ da qui che sono partiti Caio Mario e Cicerone, un condottiero e il simbolo classico di tutti gli intellettuali.

Sei andato via da qui da troppi anni.

E la lista di quello che ti manca diventa ogni giorno più lunga.

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Il pane, per esempio. La pagnotta, come la fanno qui, non è facile trovarla altrove. Forse perché ha il profumo di casa. Dicono che quella tradizionale resiste a Veroli, insieme alle ciambelle. Vai, assaggi e pensi che è vero.

E' come camminare in un mondo che pensavi di aver perduto. Casa è un nome di sei lettere. E’ Alvito, il vecchio ducato che presidia il centro della Valle di Comino. Ed è tutto ciò che c’è intorno. La sera, ricordi, vedevi i grappoli di luce all’orizzonte e ogni luce era un paese, una litania che hai imparato a memoria da bambino: San Donato, Gallinaro, Settefrati, Picinisco, Villalatina, Atina, e poi verso Ovest, Casalvieri, Vicalvi, Posta Fibreno.

Alle spalle Campoli, davanti, quasi oltre l'orizzonte, Casalattico e Belmonte Castello. La valle conserva qualcosa di magico. E’ la tua piccola patria, quella che i tedeschi chiamano Heimat. Il cuore, almeno per te, è il sapore della pasta di mandorle a dicembre. Quelle sere di quasi Natale, quando l’odore di pioggia sale dall’asfalto del viale dei Platani, e oltrepassa la porta d’ingresso della città antica e sale lungo il campanile, attraversa il corso, fino al palazzo ducale.

Non sai come qui è nata l’arte dei torroni di pasta reale, ricoperti di cioccolato fondente, con i pinoli o le scaglie di caffè. Sai solo che viene da molto lontano, magari arrivata qui, ultimo baluardo del Regno dei Borboni, dalla Sicilia o da Napoli. E sai che quel torrone è unico, esiste solo qui.
E’ questo l’incanto. E’ trovare qualcosa di unico, irripetibile.
E in questo ti riconosci, riscopri chi sei.
L’ultima volta è successo poco tempo fa.

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La riscoperta della "marzolin", un piccolo formaggio che si produce solo nel periodo di lattazione della capra (a marzo, appunto).

Pensavi fosse perduta, poi qualcuno ha ritrovato la ricetta originale degli Aurunci, stagionata su graticci di legno e conservata nell’olio extravergine d’oliva.

Questa è anche una terra di tartufi, che hanno fatto la fortuna di Campoli, che nel 1500 serviva la casa reale di Napoli.

E di fagioli.
I romani mangiavano i cannellini di Atina, piccoli, ellittici e schiacciati.

Crescono sui terreni alluvionali depositati dai
torrenti Melfa e Mollarino.

Non è un caso che il piatto più famoso, qui, sia la sagna e fagioli. Pasta di farina integrale tagliata a mano in piccoli rombi e il cannellino.

Il vino, giura un amico che si è fermato per caso da queste parti, è il Cabernet Atina Doc. E’ un matrimonio naturale. Quando arriva l’inverno, oltre novembre, si può chiudere il menù con le castagne di Terelle.
Prima di andare via c’è qualcosa che ti resta da fare: tornare alla
casa della “ragazza perduta”.

Stiamo parlando di un romanzo. Qui nel 1919 arrivo' D.H Lawrence. Ci rimase il tempo di innamorarsi e scrivere un romanzo.

No, non “L’amante di Lady Chatterley”, ma appunto “La ragazza perduta”. C’è un agriturismo, dove viene prodotto il pecorino e la ricotta di Picinisco, aromatizzato con timo, maggiorana, origano, tartufo.

E’ la fine del viaggio, ma le ultime parole sono di Lawrence: "Che cosa vi poteva essere di più bello di quelle giornate di sole e di quei giorni caldi
e azzurri ai piedi delle montagne".

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