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Vallone Lacerno, un po’ di storia.

Evvi fra due montagne un fosso o pur precipitio da una tirata di archibuscio, et sotto vi scorre acqua. Lo dicono lo Lacerno, arborato dall’una e dall’altra banna... Molti vi vanno et restano stupefatti’”.

Così nel 1574, Giulio Prudenzio, nella “Descrizione di Alvito e il suo contado” narra del Vallone Lacerno, profonda incisione scavata dall’omonimo torrente nella struttura del Monte Cornacchia – Brecciosa, fra i territori dei comuni di Campoli Appennino e Pescosolido, al confine del versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Per secoli il Lacerno ha stimolato la fantasia e la spiritualità dei popoli che lo hanno frequentato (pastori, monaci, viandanti…). Per la ricchezza di biodiversità è stato riconosciuto dall’Unione Europea
fra i siti della Rete Natura 2000 (Siti di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale).

Frequentato dai mammiferi più rari dell’Appennino come l’orso marsicano e il lupo appenninico, da rapaci come l’aquila reale, il “canyon” del Lacerno narra anche di “particolarità” geologiche.

Il corso d’acqua scorre seguendo le fratture nelle rocce (faglie), lungo materiali calcarei e dolomitici le cui origini risalgono a circa 150 milioni di anni fa. Il sentiero dalla contrada Querceto (Campoli Appennino) raggiunge il “Cuccetto dell’inferno”.

Una parete “insormontabile” alta circa 20 metri e sulla quale scorrono le acque limpide del Lacerno chiude la gola e lascia osservare, in alto, solo l’azzurro del cielo.

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