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L’Intervista - A tu per tu con Loreto Policella

  1. Presidente Policella, radici e cuore nel territorio ma testa in Europa. È questa la sfida del Gal?

    Sono ormai molti anni che il Gal propone al territorio una possibile speranza di futuro, oltre 200 progetti pubblici e privati realizzati ne sono una prova; se non si crede nel futuro, non ci si impegna per il domani, non si costruisce neppure l’oggi. La sfida del Gal è nel tentativo di ricostruire la speranza; è difficile e richiede molti sforzi ma è indispensabile per costruire solide prospettive di lavoro.

  2. Di vicinanza tra Europa e territorio si parla spesso in maniera anche retorica. Nelle vostre azioni come mettete in pratica questo rapporto in maniera virtuosa?

    Siamo circondati da problemi, da cose che non funzionano e che necessiterebbero di grandi cambiamenti. La lista potrebbe essere infinita eppure non si riesce mai a trovare qualcuno che se ne attribuisca la responsabilità. È sempre, costantemente ed inevitabilmente, colpa di qualcun altro. Questo processo di esternalizzazione delle colpe è molto grave perché, oltre a distorcere la verità, affida all’esterno la soluzione del problema e, poiché tutti attendono da qualcun altro la soluzione, questa non potrà mai arrivare. Nelle nostre azioni l’Europa non è concepita come un’entità esterna a cui affidare la soluzione dei problemi del nostro territorio ma è vista come un’opportunità competitiva; tutte le opportunità derivanti dalle politiche europee tendono a far competere i territori tra di loro. Il Gal stesso affronta, innovando il proprio Piano di Sviluppo Locale ogni 5 anni, una competizione con altri territori per assicurare i finanziamenti che poi mette a bando per le imprese, le Associazioni ed i Comuni.

    L’animazione territoriale del Gal tende proprio ad educare il territorio a competere ed innovare nel rispetto della nostra identità.

  3. L’animazione territoriale del Gal di cui parla è dunque un’opportunità di sviluppo per i giovani e meno giovani della nostra area?

    L’animazione territoriale del Gal non è altro che un lavoro capillare che facciamo di costruzione/diffusione di una ipotesi di sviluppo condivisa che per il Gal ha la forma del Piano di Sviluppo Locale, un piano che tende a coniugare identità e innovazione. I Forum territoriali e tematici, incontri con imprese e cittadini che il Gal organizza, sono la modalità scelta per la ideazione condivisa del Piano (PSL). I progetti che da lì nascono sono la forma di partecipazione/condivisione del sentire che il soggetto (impresa, associazione e Comune) produce; essi costituiscono la base per il Piano.

  4. In un certo senso, dunque, il Gal con un ruolo di “educazione” all’Europa e i fondi europei come fondi per la coesione?

    Se non ci rassegniamo al fatto che “il problema è fuori della nostra portata”, allora educare implica insegnare ai giovani a riappropriarsi del proprio destino. Occorre riprendere consapevolezza della nostra dignità e delle nostre potenzialità; riprendere “l’orgoglio del ciabattino”. Anziché adattare il piede alla scarpa, cioè adattare la nostra vita alle circostanze, occorre avere la capacità di forgiare una scarpa adatta al nostro piede, cioè alla nostra identità, ai nostri desideri ed ai nostri bisogni. L’Europa, come detto, è un’opportunità per i nostri desideri, i nostri bisogni, in una parola, per i nostri progetti e non in astratto da essi.

  5. Quale fu l’intuizione che diede inizio all’avventura del Gal Versante Laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo e quale è il suo sogno oggi, come Presidente e come cittadino, a distanza di qualche anno?

    L’intuizione fu il lavoro e la trasformazione della realtà per renderla confacente al nostro bisogno. Questo è ciò che siamo chiamati a fare, in ogni epoca e in ogni circostanza. La prima consapevolezza è che tocca a noi, che non possiamo scaricare ad altri questo  compito.

    Pensare che si possa risolvere con una legge o con una manovra finanziaria, una volta per tutte. Il mio sogno da allora non è cambiato, è lo stesso sogno di mio padre muratore venuto a mancare di recente che stranamente coincide con le parole di Benedetto XVI nella SPE SALVI: “Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”.

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