Don Pasquale gli aveva chiesto di andare a Roma “ormai possiedi tutti i segreti della pasta reale.
Ricette che risalgono al 1700 quando Alvito faceva parte del Regno delle due Sicilie. Sai come si fanno i torroni e io non ho più nulla da insegnarti”.
Vittorio, allora, aveva poco più di venti anni. Erano gli anni ’30 e Via Veneto si attraversava in bicicletta. Restò lì per quasi un lustro, immerso tra l’aroma del cioccolato, le architetture di meringhe e bigné, l’arte di dipingere torte come fossero le tavolozze di un pittore, con i sapori che, richiamando l’autunno o la primavera, legavano il gusto ai colori. Ma poi tornò con un ginocchio frantumato e una gamba che non si piegava più. E imparò a sperimentare, questa è la vera arte del pasticcere. Trovò una vecchia ricetta alvitana che nessuno ricordava più: il torrone regina, omaggio di qualche suo avo pasticcere in occasione di una visita regale. La regina doveva essere la moglie di un Borbone (un Ferdinando, un Francesco?). Pasta di mandorla con i pinoli. Con la glassa? No , meglio usare il cioccolato per ricoprire il torrone. Pasta reale al caffè, al pistacchio, alla nocciola, al rum, al bergamotto. Migliorare l’impasto, raffinarlo, usare come copertura un cioccolato sempre più puro in grado di esaltare il gusto della mandorla.
E’ una sfida contro l’abitudine di questo tempo che sembra aver dimenticato le proprie tradizioni,
l’eredità di un passato che diventa sempre più opaco.
Queste le parole che accompagnano i dolci e i torroni di Alvito, oggi rinomati in tutto il mondo.
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